
Era l’estate del 1997 e Massimo Moratti prendeva un aereo per Barcellona: sul volo di ritorno, accanto a lui, c’era Luis Nazario da Lima, per tutti Ronaldo. Il “bimbo d’oro” aveva 21 anni, era un fenomeno planetario e il Barcellona l’aveva acquistato l’anno prima per 30 miliardi. Moratti lo strappò ai blaugrana per quasi 50 miliardi e portò a Milano uno dei calciatori più forti della storia del calcio.
Dove vogliamo arrivare? Oggi, 15 anni dopo, pensare che un presidente italiano vada a prendere Leo Messi sarebbe fantascienza, quasi una barzelletta. Oltre a Ronaldo, tra gli anni ’80 e ’90 sono arrivati da noi tutti i più forti: da Rumenigge a Platini, da Falcao a Zico (all’Udinese!), da Maradona a Gullit, da Van Basten a Matthaus fino a Zidane e Shevchenko. Basti pensare che Stoichkov passò dai 120.000 del Nou Camp al Tardini di Parma un anno dopo aver preso il Pallone d’Oro. Un’altra era calcistica che sembra distante anni luce: gli ultimi (e unici) due campioni arrivati ultimamente nel Bel Paese sono stati Eto’o e Ibrahimovic, quest’ultimo “svenduto” dal Barcellona al Milan a prezzo più che dimezzato, l’altro “sbolognato” all’Inter sempre dal Barca per arrivare allo stesso Ibra. E il calcio italiano in Champions League ha visto quest’anno l’Inter uscire con il modesto Marsiglia, il Napoli gettare al vento un doppio vantaggio contro il Chelsea e il Milan affondare contro Guardiola e soci. Ecco, al Nou Camp la differenza è stata tutta negli autori dei gol: da una parte Messi e Iniesta, dall’altra Nocerino. Con Ibra che, per l’ennesima volta, non è stato in grado di stupire caricandosi la squadra sulle spalle. Il calcio è fatto di cicli, si sa: si spera che il vento torni a soffiare sull’Italia, ma nulla cambierà fino a che i Moratti, i Berlusconi, gli Agnelli e i De Laurentis non metteranno in campo prima di tutto progettualità e idee chiare, a partire dagli stadi. Qualcosa si è già mosso, aspettiamo più o meno fiduciosi.
E veniamo al campionato, con il testa a testa Milan-Juve che terrà botta fino all’ultima giornata. Dal gol non visto di Muntari a San Siro ha preso il via una vera e propria rissa mediatica, con rossoneri e bianconeri pronti ad affondare ad ogni fischio dubbio. Senza la Champions, il Milan è favorito, nonostante i punti di vantaggio siano solo due. D’altronde il carattere di Antonio Conte è arma vincente, ma i valori in campo sono chiari e basta fare un “gioco delle coppie” per rendersene conto: Thiago Silva-Bonucci, Nesta-Barzagli, Ibrahimovic-Matri per fare qualche esempio e capire che se la Juve alla fine la spunterà sarà vera e propria impresa. Viene da pensare che con Pato, Gattuso, Cassano e Boateng sempre sani il campionato sarebbe già archiviato da tempo. Potrebbe essere decisiva, addirittura, l’Inter: già, perché alla penultima c’è il derby di Milano e i nerazzurri potrebbero rivelarsi arbitri della contesa. La grande novità in casa Inter è Andrea Stramaccioni, trentaseienne tecnico pescato direttamente dalla Primavera. La mossa è stata sicuramente stuzzicante, ma pretendere la bacchetta magica sarebbe assurdo. Meglio farebbe Moratti a pensare bene già da ora al futuro, con un progetto di ricostruzione ben definito: tradotto, se punta su un tecnico lo deve supportare, accontentare in sede di mercato e difendere nelle difficoltà. Altrimenti saranno Rafa Benitez-bis e Gasperini-tris.
In tanti ironizzano sul “projecto” di Luis Enrique, che a volte fa goleade ma spesso prende batoste. E’ vero, se si chiamasse Luigi Enrico e fosse nato a Frosinone probabilmente sarebbe già stato cacciato, ma il fascino del personaggio non va demolito. A Bergamo contro l’Atalanta Luis Enrique ha mandato in tribuna De Rossi reo di un leggero ritardo a una riunione tecnica. La Roma ne ha beccati quattro e in tanti hanno giudicato ottusa e troppo rigida la scelta del tecnico ex Barcellona B. “Le regole valgono per tutti e tutti devono rispettarle, dal capitano all’ultimo dei primavera” ha risposto Luis Enrique: una lezione all’Italia tutta, non solo calcistica, che spesso si lamenta ma quando si tratta di rispettare le regole strilla. Viaggia bene anche la Lazio, con un Reja che, tra una minaccia di dimissioni e l’altra, sta tirando fuori dai suoi il meglio, così come l’Udinese di Guidolin si conferma ormai realtà di primo piano e il Catania di Montella è la vera sorpresa di questo campionato, mentre rischiano grossissimo la Fiorentina e il Genoa.
Della bufera calcio-scommesse, infine, non vogliamo parlare: ci fa soltanto vomitare, ma speriamo che non sia l’ennesima occasione persa, con uno scandalo da nascondere sotto il tappeto punendo qualche capro espiatorio “piccolo” per non stravolgere il giocattolo. La verità può far male ma ora più che mai è necessaria: per il futuro, piuttosto, urge una nuova regolamentazione in grado di prevenire e sarebbe bello che prima della Magistratura agisse proprio il mondo del calcio al suo interno.


