NFL Past and Furious: Fritz Pollard

Il primo afroamericano a giocare e allenare a livello professionistico, il primo ad abbattere il muro del razzismo, perché più forte degli insulti e delle discriminazioni che provarono a fermarlo

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Il primo giocatore e allenatore ad abbattere le barriere del razzismo in NFL: Fritz Pollard

Nel 1894, in una periferia di Chicago, nasce Frederick Douglass Pollard, settimo di otto fratelli, figlio di John William Pollard, di professione barbiere, e Amanda, una sarta. La famiglia Pollard era stata vittima della schiavitù in Virginia, situazione dal quale si erano liberati durante la guerra di secessione, mettendo da parte anche una discreta ricchezza. Dal passato dei suoi antenati Fritz ha appreso la forza di volontà e lo spirito di sacrificio, condizioni essenziali per fare grandi cose.

Di grandi cose Fritz ne farà, sfruttando il suo innegabile talento per gli sport, in particolare spiccava per la sua velocità. Gli sport in cui si esprimeva meglio erano baseball e football, il primo lo attraeva di più, ma il contesto sociale non gli avrebbe permesso di andare lontano visto il colore della sua pelle, così all’età di 15 anni sceglie di giocare a football. La borsa di studio alla Brown University, nella costa Est del paese, è la sua occasione, anche se, come prevedibile, la vita nel campus non è facile, essendo l’unico afroamericano a vivere lì, con gli altri studenti che non hanno alcuna intenzione di avere rapporti con lui.

Fritz ha però bene in testa il suo obiettivo, giocare a football, tutto il resto non conta, nemmeno gli insulti, alla quale risponderà sempre sul campo e mai a parole. L’occasione di mettersi in mostra arriva presto: è un Bloody Wednesday, una partita tra titolari e riserve, dove Pollard si distingue come migliore in campo, superando gli insulti razziali e guadagnandosi un posto in prima squadra e il rispetto dei compagni. Nel 1916 diventa il primo giocatore di colore a prender parte al Rose Bowl, partita inaugurale del football collegiale, dove comunque non sono mancate discriminazioni: per entrare ha dovuto usare un ingresso secondario e gli insulti non sono stati risparmiati. Nonostante questo Fritz riesce a rendersi protagonista di ottime performance e aiutare la squadra a battere le due rivali di sempre: Yale e Harward.

La sua carriera universitaria viene interrotta dagli scarsi risultati scolastici, avere buoni voti è una condizione necessaria nel college football per poter scendere in campo. Nel 1917 si arruola con l’esercito per la Prima Guerra Mondiale, senza mai però andare al fronte. Restando nel Maryland, inizia ad allenare gli atleti di colore della Lincon University, con questa esperienza capisce di poter fare sia l’allenatore che il giocatore, ma deve passare professionista, così si aggrega agli Akron Pros, squadra iscritta alla American Professional Football Association, antenata della NFL.

Anche qui l’inizio non è incoraggiante, Pollard è costretto a cambiarsi nel negozio di sigari vicino allo stadio e viene fischiato da tutti i tifosi, anche i suoi. La stagione va avanti a gonfie vele, gli Akron Pros vincono il titolo senza mai perdere una partita. L’anno seguente Fritz viene promosso al ruolo di giocatore-allenatore, prima volta nella storia in cui questo ruolo viene affidato a un uomo non bianco, evento che non si ripeterà per altri 50 anni. La carriera di Pollard andrà avanti per sette stagioni, passando per quattro squadre diverse, senza mai smettere di essere vittima di discriminazioni, nonostante i suoi risultati sportivi e la sua ricchezza, nessuno voleva dimenticare il colore della sua pelle.

Dopo essersi ritirato nel 1926, diventò allenatore dei Chicago Black Hawks, squadra formata solo da giocatori di colore, alla quale non mancavano popolarità e successo. A fermare tutto fu l’arrivo della Grande depressione nel 1929, che ne causò la chiusura.

Pollard viene introdotto nella Hall of Fame solo nel 2005, il motivo era sempre di natura discriminatoria: George Halas e George Marshall, proprietari dei Chicago Bears e Washington Redskins, erano convinti segregazionisti e volevano bandire i giocatori afroamericani, perché secondo loro avevano una cattiva influenza  sulla loro immagine. La NFL ha recentemente confermato l’esistenza di questo accordo tra i proprietari, cosa che gli stessi avevano negato per anni. Per vedere un altro giocatore di colore in una squadra professionistica si dovrà aspettare il 1946 con Kenny Washington.

Pollard muore nel 1986, a combattere per riconoscere il valore della sua carriera ci hanno pensato i nipoti, ottenendo così l’ingresso nella Hall of Fame nel 2005. Fritz Pollard dà il nome a un’associazione, la Fritz Pollard Alliance Foundation, che combatte per avere pari diritti e opportunità nel mondo dello sport. Figura importante per questa associazione è stato Dan Rooney, proprietario dei Pittsburgh Steelers e presidente del comitato sulla diversità della lega. Nel 2003, su proposta di Rooney, è stata approvata una regola che imporrebbe a tutte le squadre di NFL di prendere in considerazione esponenti delle minoranze nella scelta degli allenatori. Questa lascia molti dubbi sulla effettiva efficacia, e non si sa se effettivamente tutte le squadre la rispettino, ma la percentuale di esponenti non bianchi è aumentata dal 6% al 22%, mentre i giocatori sono ormai il 70%.

Le controversie con i giocatori di colore non sono ancora finite, negli ultimi anni in particolare spicca il caso di Colin Kaepernick, che si trova senza squadra dal 2016, dopo le sue proteste riguardo le violenze nei confronti delle minoranze etniche, inginocchiandosi durante l’inno nazionale. In soccorso di Kaepernick è arrivata subito la Fritz Pollard Alliance Foundation, che in nome di Fritz Pollard continua a combattere le sue battaglie, 100 anni dopo il suo indelebile successo.

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