Decreto Dignità, uno sgarbo all’industria del calcio

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Il Decreto Dignità è stato uno degli argomenti di maggiore dibattito dell’estate italiana. Insieme a Baby K e Cristiano Ronaldo ha accompagnato ogni giornata dell’italiano a partire da giugno, con la stessa frequenza del tormentone estivo della rapper ripreso dalla Vodafone e dell’acquisto del secolo effettuato dalla Juventus. Con la sottile, ironica correlazione tra lo sbarco in Italia dell’asso portoghese e gli effetti della legge sul calcio italiano, vietando completamente la pubblicità dei siti di betting.

La connessione tra gioco d’azzardo e sport, calcio in particolare, è stretta da decenni. Nel 2017, l’Italia contava un volume di 96 miliardi di euro di scommesse totali, di cui circa il 20% derivava dalle puntate sportive. In un Paese calciofilo come il nostro, ovviamente è il mondo del pallone ad attirare la fetta più grande di quei circa 19 miliardi di euro. Con la naturale conseguenza che le aziende di gambling investivano del denaro per sponsorizzare, chi più chi meno, le squadre dei vari campionati. E in alcuni casi l’intera competizione, come accadeva in passato per la Serie B, per qualche anno denominata Bwin e poi B Eurobet per una stagione.

Giusto per dare qualche numero, il primo accordo del campionato cadetto con la casa di sponsorizzazione era di 2,2 milioni di euro a stagione, nel 2010-11. Quello appena firmato con BKT, il 30% superiore rispetto al precedente ConTe.it, 2 milioni. Superfluo ricordare come in altre realtà, come ad esempio l’Inghilterra, il prezzo della sponsorizzazione si andato in costante crescita negli ultimi anni. Sempre portando il nome di SkyBet.

Ritornando alle competizioni maggiori, il rischio di vietare la pubblicità dell’azzardo in Serie A è togliere una fetta importante degli introiti alle società. Ormai tutti i top club europei non possono negare la presenza di uno sponsor proveniente dal settore delle scommesse nella loro storia. Non sempre è stato quello principale, ma anche l’Inter, l’unica squadra tra quelle al vertice del nostro campionato a essersi sempre opposta per il “codice etico” di Moratti, aveva siglato un accordo con Bwin nel 2017. E per quanto il lato romantico di chi ama il calcio sogni uno sport in cui sia il legame con la maglia l’elemento chiave per costruire una squadra vincente, il denaro è oggi molto più rilevante.

La stessa vicenda di Cristiano Ronaldo lo insegna. Se la Juventus potrà permetterselo, il merito va (anche, e non solo) agli sponsor. Che di riflesso portano visibilità al campionato italiano e all’intero movimento. L’assenza del denaro dell’industria del gambling, una delle più fertili e capaci di resistere alla crisi, genererà una situazione di forte squilibrio tra le società che possono comunque trovare grandi aziende disposte a spendere denaro (Juventus, Milan, Inter, forse Napoli e le romane) e chi invece deve sperare nell’amore di qualche famiglia (Squinzi a Sassuolo) per tenere su la baracca. Con il risultato di concentrare l’attenzione delle aziende di scommesse sugli altri campionati, portando altrove fondi preziosissimi. Di sicuro il primo pensiero di chi ha promulgato la legge non era salvaguardare il nostro campionato, mettendolo davanti alla salute dei cittadini e pensando di limare i costi sanitari. Ma di certo nella Lega Calcio in pochi sorridono pensando a questa grande esclusione.

ph: Activa Foto