ESCLUSIVA – L’ultima volata di Giovanni Iannelli. Il padre Carlo: “Lasciato solo dalle istituzioni”

Carlo Iannelli in una lunga ESCLUSIVA parla della tragedia del figlio Giovanni e di come le istituzioni ciclistiche lo abbiano lasciato solo

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Giovanni Iannelli aveva 22 anni ed era un ciclista toscano che faceva parte del Team Hato Green Tea Beer di Prato, con cui partecipava al panorama delle corse Under 23. Giovanni sognava il grande salto tra i professionisti e aveva talento e velocità tanto da meritarsi la convocazione per la Parigi-Roubaix juniores ad opera del CT De Candido. Era un ragazzo speciale, figlio di Carlo Iannelli, conosciutissimo nel mondo del ciclismo per i molteplici ruoli e impegni avuti come dirigente.

la squadra di Giovanni Iannelli

I sogni di Giovanni hanno smesso di brillare il 7 ottobre 2019, dopo che due giorni prima, il 5 ottobre alle 16:24 era rimasto vittima di una caduta sul traguardo dell’87° Circuito Molinese a Molino dei Torti in provincia di Alessandria. Durante la volata a ranghi completi, percorrendo uno stretto e non dovutamente protetto rettilineo, la bicicletta di Iannelli è sbandata dopo un contatto con degli avversari, prendendo la tangente e finendo la sua corsa contro lo stipite di un cancello. Il casco del giovane e sfortunato corridore si è frantumato e le sue condizioni sono apparse fin da subito molto gravi. Purtroppo dopo due giorni di coma il cuore di Giovanni ha smesso di battere, a niente sono servite le cure e il tempestivo intervento dell’elisoccorso che aveva condotto lo sfortunato corridore al Nosocomio di Alessandria, troppo gravi si sono rivelate le conseguenze dell’impatto.

La scomparsa di Giovanni proprio mentre faceva quello che amava ha lasciato un vuoto enorme nella sua famiglia e una profonda rabbia dopo che il GIP di Alessandria ha archiviato il caso definendo “ordinari i rischi della corsa” e “il ciclismo uno sport pericoloso per definizione”.

Carlo Iannelli non si arrende: “Non voglio che la tragedia di Giovanni sia vana”

Il video della caduta mostra come il plotone dei corridori arrivi verso il traguardo di Via Roma a Molino dei Torti a velocità altissima. Il rettilineo finale è stretto e tortuoso e nasconde insidie ad ogni metro. Inoltre salta subito all’occhio come la strada non sia transennata e i corridori siano alla mercé degli ostacoli presenti lungo la carreggiata. E sarà proprio uno di questi che costerà la vita a Giovanni Iannelli.

Sul tremendo fatto si sono espressi in molti appartenenti al mondo del ciclismo. Il campione Vincenzo Nibali sui suoi social ha dichiarato senza mezze misure e con la consueta schiettezza: “Mettetele queste minchia di transenne: a pagarne le conseguenze alla fine siamo noi e le nostre famiglie”. Più abbottonato l’ex CT Davide Cassani: “Ma perchè nessun direttore sportivo quel giorno ha protestato prima del via?”. Molto categorico anche l’ex Campione del Mondo Mario Cipollini: “credo che nel ciclismo dilettantistico non si dovrebbe nemmeno prendere in considerazione di fare una gara con l’arrivo in quel punto e soprattutto senza le protezioni dovute”.

E’ anche per tutto questo che Carlo Iannelli, padre di Giovanni, non si arrende e non lo farà mai, chiedendo una giustizia che per adesso gli viene negata: “Non voglio che la tragedia di Giovanni sia vana”.

Carlo Iannelli: “Mio figlio Giovanni, un ragazzo esemplare”

Carlo Iannelli è un uomo che frequenta il ciclismo da oltre trent’anni, un avvocato stimato, un padre e un marito premuroso. Da quel giorno il suo unico pensiero fisso è quello di poter dare a Giovanni quella giustizia che per adesso gli viene negata, pur conscio che questa non gli restituirà indietro il figlio.

Le stringenti regole covid non permettono di incontrarsi di persona e quindi affidiamo alle nuove tecnologie il compito di metterci in contatto. La voce di Carlo Iannelli è ferma, coraggiosa, un apnea che sembra precedere un’esplosione. Ma non si scompone mai. Parla di suo figlio come un padre innamorato, con precisione e affetto. Parla della tragedia e s’interrompe di tanto in tanto, come a prendere fiato e a recuperare il coraggio per andare avanti. Parla della sua battaglia, quello stimolo che ogni giorno lo spinge alla vita, per la giustizia e per Giovanni.

Signor Carlo chi era suo figlio Giovanni?

Mio figlio Giovanni era un angelo, un ragazzo esemplare, un corridore esemplare che ha sempre praticato ogni sport ed in particolare il ciclismo cosi come si dovrebbe fare, in maniera corretta, leale, pulita, con grandissimo sacrificio, con grandissima determinazione.

Un bambino che ha iniziato a pedalare all’età di cinque anni: è stato tesserato G0, significa che poteva essere tesserato per una società ciclistica ma non poteva correre, perchè non ci sono ancora corse per quella categoria.

Era un corridore espertissimo, che aveva fatto centinaia, migliaia di volate e che aveva avuto la grandissima soddisfazione a diciassette anni e mezzo di indossare la maglia azzurra e di indossarla alla Parigi-Roubaix, la corsa dei suoi sogni. Qualche vittoria, non moltissime ma di prestigio e tantissimi piazzamenti. Ha partecipato al Giro d’Italia Under 23 e a diverse corse a tappe di categoria anche all’estero.

Giovanni Iannelli alla Parigi-Roubaix juniores

Nonostante tutto questo per Giovanni la bicicletta non era una ragione di vita. Era sicuramente una cosa bella, ineludibile, ma aveva tanti altri interessi in molteplici ambiti.

Giovanni era uno studente che si sarebbe laureato in Economia Aziendale da li a poco. Era fidanzato da sei anni con una ragazza meravigliosa che aveva conosciuto sui banchi di scuola. Giovanni aveva amici dappertutto, in tutti gli ambienti, non soltanto in ambito ciclistico. Era l’amico che tutti vorrebbero avere. Un ragazzo esemplare sotto tutti i punti di vista”

Quanto il ciclismo era importante per voi, quanto vi ha uniti?

Il ciclismo era un collante importante per la nostra famiglia. Io ho fatto di tutto nel ciclismo per trent’anni, tranne che il corridore. Io e mia moglie, grande appassionata e praticante, abbiamo trasmesso, e oggi dico purtroppo, la passione del ciclismo a Giovanni. Anche le sorelle hanno corso in bicicletta, affrontando tutta la categoria giovanissimi. Abbiamo seguito Giovanni sempre, in tutte le sue corse, tutta la famiglia. Quel giorno non eravamo li, a Molino dei Torti, avevo promesso a Giovanni che lo avremmo raggiunto il giorno seguente, al traguardo della Milano-Rapallo che si sarebbe corsa l’indomani”.

Giovanni Iannelli

La tragedia che vi ha colpito a livello familiare è enorme. Come si riesce ad andare avanti?

La tragedia è una tragedia immane, irreparabile, non è possibile tornare indietro, non è possibile. Da quel giorno, da quel maledetto sabato 5 ottobre 2019, la mia vita, quella della nostra famiglia e di un’intera comunità di persone, perchè ci sono i genitori anziani, ci sono gli zii, i nipoti, è una vita che si ribalta in un attimo. Niente è più come prima e nonostante tutto devi riuscire a trovare la forza per andare avanti, non puoi fare diversamente anche se ci pensi incessantemente. Devi riuscire a trovare gli stimoli, devi riuscire a trovare le motivazioni per andare avanti, sapendo che sarà tutto diverso, che Giovanni non tornerà mai più, sapendo che questa tragedia annunciata poteva essere assolutamente evitata”.

Una tragedia evitabile. Giovanni merita verità e giustizia e soprattutto che la sua disgrazia non venga dimenticata e resa inutile. Che cosa crede sia giusto fare adesso?

Chi conosce la storia, chi conosce anche in maniera elementare il ciclismo e le sue dinamiche, capisce subito che le responsabilità sono evidentissime. Si è trattato appunto di una tragedia annunciata e non di una tragica fatalità.

Ed allora che cosa si deve fare adesso? Che cosa è giusto fare adesso? C’è solamente una cosa da fare, anche per rispetto di Giovanni, anche per focalizzare l’attenzione sul tema, troppo spesso trascurato, della sicurezza delle corse ciclistiche, c’è da fare un processo. Un processo penale, perchè è soltanto con un processo, nel dibattimento, nel contraddittorio ed in condizioni di parità tra le parti potrà essere accertata la verità e si potrà ottenere almeno giustizia per Giovanni affinchè non succeda mai più.

Giovanni è morto a 144 metri dalla linea d’arrivo, è il primo nella storia del ciclismo. Vorrei, e tutti quelli che hanno a cuore le sorti del ciclismo e dei corridori vorrebbero che fosse anche l’ultimo, invece purtroppo in questa mia battaglia per la verità, per la giustizia, per la sicurezza io sono stato lasciata completamente solo. Sono stato abbandonato dalle istituzioni del ciclismo che invece dovrebbero essere al mio fianco in questa battaglia, ma che non lo sono e anzi hanno fatto e stanno facendo di tutto per far passare questa tragedia annunciata come un puro e semplice fatto di corsa.

Tutto questo è profondamente ingiusto, è disumano, è agghiacciante nei confronti di un ragazzo e di un corridore esemplare che ha dato tutto, anche la vita, per questa sua passione.

Per cui io mi rivolgo nuovamente, sperando che questa mia richiesta venga accolta, alle istituzioni del ciclismo, alla Federazione Ciclistica Italiana affinchè la smetta con questo atteggiamento ostile nei confronti, non tanto del sottoscritto, quanto nei confronti di Giovanni, e chieda finalmente che venga celebrato un processo.

Se questo non avverrà capiremo e sarà evidente che non c’è la volontà vera e reale di cambiare, e che le sorti dei corridori non stanno davvero a cuore e che il ciclismo è destinato a finire, o forse è già finito”

Pubblichiamo questa ESCLUSIVA in un giorno non casuale. Il 13 Gennaio 1970 nasceva Marco Pantani e oggi avrebbe compiuto 52 anni. Il Pantani che conosciamo non sarebbe rimasto indifferente ad una tragica ingiustizia come quella subita da Giovanni. Avrebbe fermato la bicicletta in mezzo alla strada e con lui molti altri, come già fece ormai 23 anni fa al Tour de France.

immagine tratta dai social

Sarebbe bello pertanto che le richieste di Carlo Iannelli potessero essere accolte e che Giovanni possa trovare così la verità che merita.