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Football Legend, Johan Cruijff: Il Profeta del Gol

Il quattordici è un numero pari, è il numero delle stazioni della Via Crucis, nella smorfia rappresenta l’ubriaco e nel gioco del calcio, prima dell’avvento delle maglie personalizzate, era il numero di maglia di uno dei giocatori che partiva dalla panchina. Un solo giocatore è stato titolare con il numero 14, Johan Cruijff.

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JOHAN CRUIJFF

Cruijff è morto il 24 marzo 2016 dopo aver lottato contro un tumore ai polmoni diagnosticatogli lo scorso ottobre. La notizia è arrivata nel mondo calcistico (e non solo) come un fulmine a ciel sereno. Avrebbe compiuto 69 anni fra un mese esatto ed invece da ieri il pallone è in lutto nel ricordare le gesta di colui che ha dato tanto al gioco del calcio, attraverso immagini, filmati d’epoca, ricordi di ex compagni oltre ad un sacco di post e tweet sui social network da parte dei tifosi. Se n’è andato in punta di piedi, come in punta di piedi è stata la sua vita, anche se sul campo è stato di un certo peso e di un certo spessore.

UNO DEI PIU’ FORTI

Johan Cruijff era considerato come uno dei calciatori più forti del Mondo, sicuramente il top level tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta, diventando l’emblema della favola dell’Ajax.

Di famiglia per nulla benestante, a 16 anni era già la punta di diamante delle giovanili biancorosse e l’anno dopo debuttò in Eredivisie, la massima serie olandese. Non era un grandissimo Ajax quello, almeno fino al gennaio 1965 quando arrivò Rinus Michels. Con l’avvento del tecnico di Amsterdam, i lancieri si affermarono come una delle squadre più forti dell’epoca: tra il 1965 ed il 1973, l’Ajax vinse sei titoli nazionali, quattro Coppe d’Olanda, tre Coppe dei Campioni consecutive (contro Panathinaikos, Inter e Juventus nel 1971, 1972 e 1973) perdendo una finale (nel 1969 contro il Milan), oltre ad una Supercoppa europea (nel 1973 contro il Milan) e la Coppa Intercontinentale nel settembre 1972 contro l’Independiente di Avellaneda. Tutti queste vittorie con in campo il mitico Cruijff, che vinse il Pallone d’oro nel 1971.

Cruijff e compagni giocavano in base ad uno schema di gioco strano per l’epoca, ma che ha fatto storia: il calcio-totale. Era il talento più cristallino di quella squadra, nonché il capitano ed il totem. Johan Cruijff, capello lungo e piedi fatati, era amato da tutti e grazie alle sue giocate entrò nell’immaginario collettivo come il “Pelé bianco”.

Schierato politicamente a sinistra, nell’estate 1973, con l’apertura delle frontiere spagnole, lo volle assolutamente al Real Madrid, squadra di cui faceva il tifoso il caudillo Francisco Franco. Cruijff declinò l’invito e si accasò tra gli acerrimi rivali del Barcellona: al dittatore spagnolo non riuscì lo sgarbo che fece nel 1953 con Alfredo di Stefano, che fece invece il percorso inverso. Il giocatore si disse anche voleva mantenere la promessa fatta all’allora presidente Agustí Montal e divenne blaugrana per un miliardo dell’epoca, una cifra folle. Come folle su l’importo dell’assicurazione pagata dai Lloyd’s per tutelare le sue gambe.

Con i blaugrana, Cruijff perse la “14” in favore della “9”, ma la classe non mancò. Non era capitato nel miglior Barcellona della storia, anche se nelle sue stagioni in Catalogna, l’olandese fece molto bene, tanto da conquistare anche il secondo ed il terzo Pallone d’oro (nel 1973 e nel 1974): bisognerà aspettare il 1985 ed il 1992 (con Platini e van Basten) per vedere qualcuno che lo eguagliasse ed il 2012 (con Messi) affinché qualcuno lo superasse. Con lui in squadra, il Barça tornò alla vittoria nella Liga dopo quattordici stagioni!

Johan Cruijff a Barcellona ritrovò il mentore Michels, ma trovò sulla sua strada Hennes Weisweiler: tra lui e il tecnico tedesco non corse mai buon sangue. Nonostante il ritorno di Michels, Montal perse le elezioni e Cruijff, non potendo più contare sul suo angelo custode, decise di ritirarsi dal calcio.

Fu “obbligato” da tutto il Mondo a tornare ad indossare gli scarpini, ma sbarcò negli Usa nella munifica NASL, il campionato di calcio del Nord America un po’ cimitero degli elefanti ed un po’ un campionato-spettacolo dove si cercava di far conoscere agli americani il gioco del soccer.

Dopo due partite con i mitici New York Cosmos, Johan Cruijff si legò prima agli Aztecs di Los Angeles e l’anno dopo ai Washington Diplomats: in due anni segnò ventiquattro reti, portando a casa molti soldi. Ma il calcio yankee non era come quello europeo e allora decise di ritornare nel Vecchio continente. L’approdo immediato fu quello del Milan che aveva pensato di metterlo sotto contratto per la stagione 1981-1982 quella del ritorno in Serie A dopo la condanna del calcioscommesse e quella che rappresentò alla fine la più grande onta del Diavolo: la retrocessione. Lo storico numero 14 viene accolto come un idolo a Milanello dai tifosi e dal vicepresidente Gianni Rivera. Gioca però solo la prima gara del Mundialito per Club organizzato nel 1981 da un rampante Silvio Berlusconi, allora giovane tycoon, contro i connazionali del Feyenoord. Una comparsata di 45 minuti, un primo tempo scialbo e giocato sotto tono, con appena un guizzo, un assist per Antonelli. Dopo l’intervallo rimane negli spogliatoi. Fu una bocciatura. Decise allora di ritornare nella sua amata Spagna: scelse il Levante di Valencia, in Segunda division. Un anno dopo tornò ancora ai Diplomats per una comparsata.

Oramai a fine carriera, Johan Cruijff disputò ancora due stagioni con l’Ajax e chiuse con il Feyenoord di Rotterdam, arci-rivale degli ajacidi.

Dopo venti anni (e 360 reti), si concludeva la carriera del calciatore più forte, più magico, più completo, più saggio (tatticamente). Insomma, si ritirava “il più”.

LA NAZIONALE OLANDESE DEGLI ANNI 70

Ma è in Nazionale che Cruijff toccò l’apice della carriera. Capitano dal 1971, Cruijff era il giocatore più forte in un contesto di giocatori molto forti quale era la Nazionale olandese che, grazie al calcio-totale di Michels, arrivò ad un soffio dalla vittoria nel Mondiale tedesco del 1974, perso in finale contro i padroni di casa della Germania Ovest. Il cammino di quella che veniva chiamata l'”arancia meccanica” fu impressionante per vittorie e stile di gioco, ma che venne beffata in finale, nonostante passò in svantaggio dopo appena due minuti di gioco. Quello fu il Mondiale in cui il numero 14 classe 1947 deliziò il calcio con la “Cruijff turn”, una finta-dribbling ubriacante sul difensore svedese Jan Olsson, ancora oggi ammirata.

Nel 1978 Cruijff accompagnò (calcisticamente) l’Olanda in Argentina, ma chiese di non venire convocato per la kermesse mondiale in quanto contrario al regime autoritario allora vigente nel Paese sudamericano. Anche in Argentina, gli orange si classificarono secondi dietro, anche in quel caso, ai padroni di casa. Nel mentre, la Nazionale arancione arrivò terza nel Campionato europeo del 1976 in Jugoslavia.

Ma uno che ha dato tanto al calcio in campo, non poteva non dare anche qualcosa dalla panchina e così, nel giugno 1985, a neanche un anno dal suo ritiro, venne chiamato al posto di Leo Beenhakker come allenatore dell’Ajax, Con l’ex numero 14 “in panca”, il club di Amsterdam vinse una Coppa ed una Supercoppa nazionale, ma anche una Coppa delle Coppe nel 1987, tornando a riaprire la bacheca europea del club olandese dopo quattordici anni anni di attesa. Ovvero, da quando lui lasciò gli ajacidi.

LA CARRIERA DA ALLENATORE

E se da calciatore fece il percorso Ajax-Barcellona, anche da allenatore continuò su quella strada e nel 1988 successe a Carles Rexach sulla panchina del club catalano.

Tra il 1988 ed il 1996, il Barcellona toccò l’apice della sua storia, con ben quattro Liga vinte consecutivamente, una Coppa del Re, tre Supercoppe nazionali consecutive, una Coppa delle Coppe e, soprattutto, una Coppa dei Campioni.

Quel Barcellona era stato costruito per vincere, tanto da tesserare i migliori giocatori spagnoli (Andoni Goikoetxea, Josep Guardiola, Miquel Soler, José Mari Bakero e Julio Salinas per fare qualche nome) ed internazionali dell’epoca (Hristo Stoičkov, Ronald Koeman, Michael Laudrup e Romario). E Johan Cruijff fece una cosa che mai nessuno aveva fatto prima di allora con il club blaugrana, portarlo sul tetto d’Europa: il 20 maggio 1992, a Wembley, il Barcellona sconfisse ai supplementari la Sampdoria vincendo la sua prima Coppa dei Campioni. Cruijff divenne allora il terzo allenatore a vincere la “coppa dalle grandi orecchie” sia da calciatore che come allenatore (come Miguel Muñoz e Giovanni Trapattoni).

Lo stesso Barcellona arrivò ancora in finale due anni dopo ad Atene, ma venne annichilito dal Milan di Capello per 4 a 0.

Due anni dopo lasciò la panchina del club catalano, in quanto iniziò ad accusare alcuni gravi problemi di salute. Il 25 aprile 2007 l’Ajax decise di ritirare la maglia numero 14.

Dopo aver tentato la carriera dirigenziale con Ajax, Barcellona (diventandone anche Presidente onorario) ed un’improbabile stagione con i messicani del Chivas, dal 2015 Johan Cruijff era fuori dal calcio.

Lo scorso 22 ottobre annunciò al Mondo la sua lotta contro un tumore ai polmoni e ieri è arrivata la notizia della sua morte nella città che ha sempre amato e che non o ha mai tradito, Barcellona. Il suo terzogenito, Jordi, tentò, senza grandi successi, di seguire la la carriera paterna.

Ala e centravanti nello stesso momento, ma anche rifinitore e regista, Johan Cruijff aveva un’intelligenza calcistica come nessun altro. Elegante, completo e veloce, è stato un giocatore moderno, mai banale, mai sopra le righe, un simbolo indiscusso che ha avuto un solo, pessimo, vizio, il fumo, che lo ha portato a morire a ridosso dei 69 anni.

Purtroppo Cruijff non ha mai giocato in Serie A, anche se per 45 minuti ha vestito la maglia del Milan in quell’inutile competizione che è stata il Mundialito: il 16 giugno 1981 giocò un tempo con i rossoneri disputando una partita incolore. Quella fu l’ultima volta che Johan Cruijff mise piede in un campo di calcio italiano.

Ma per tutti i tifosi italiani, Johan Cruijff è stato “il profeta del gol”, dal nome del documentario che Sandro Ciotti realizzò nel 1976 quando l’olandese vestiva blaugrana. Un tributo all’allora più forte calciatore al Mondo.

Quanti tifosi hai fatto innamorare, Johan? Quanta gente segue il calcio “per colpa tua”? Quante generazioni di calciatori cresceranno avendo te come idolo e come punto di riferimento?

Bedankt voor alles, Johan Cruijff.