Home Editoriale Leader si nasce. L’importanza di uomini di carattere nello spogliatoio…

Leader si nasce. L’importanza di uomini di carattere nello spogliatoio…

 

Leader“, un termine inglese che negli ultimi anni è entrato nel linguaggio comune italiano, sta ad indicare un soggetto carismatico che guida un team (da lead = guidare, capeggiare). Il termine “leader” può essere traslato anche nel linguaggio calcistico: il leader è colui che guida in campo (o in panchina) la squadra; è colui che ci mette la faccia; è colui cui i compagni chiedono aiuto o un parere; è colui che da la carica in campo; è il punto di riferimento. Spesso questo termine coincide con il capitano, ma non sempre il leader di una squadra è il capitano della stessa.

Va da sé che il più carismatico è il capitano: da Totti a del Piero, da Zanetti a Baresi e Maldini, da Thiago Silva a Vincent Kompany ad Andres Iniesta. Ma senza guardare il big di ogni squadra di massima serie, i leader sono presenti anche nelle squadre dilettantistiche e nelle squadre di paese. Insomma, l’essere leader non è una cosa che si compra al supermercato. Leader si nasce. Si può diventare leader, ma ciò è intrinseco in ogni giocatore, in ogni persona. E, cosa importante, non ci improvvisa leader.

Come detto, non sempre il leader coincide con il capitano: Marco Materazzi e Gattuso, ad esempio, non avevano la fascia al braccio, eppure erano i leader degli spogliatoi; Domenico Berardi non è il capitano di questo Sassuolo che sta sparigliando le carte del calcio nostrano ed europeo, eppure è colui che sta guidando i nero-verdi in questo magic moment tardo-estivo. E non solo con i gol.

Il leader come deve essere? Non servono mille caratteristiche, ma ne bastano semplicemente tre: generoso; possedere grandi doti comunicative; essere empatico. Alzi la mano chi è un leader, quindi. Pochi, pochissimi posso considerarsi dei leader.

Perché è facile essere il leader della squadra prima in classifica, che vince sempre e che non si fa mai mettere sotto dagli avversari: il vero leader si vede nella squadra che non ingrana dopo tante partite, che perde e che vede sempre il proprio portiere raccogliere il pallone in fondo alla rete. In questo caso cosa deve fare il leader? Nello spogliatoio non deve dare colpe a Tizio e Caio o trovare scuse, ma si confronta con i suoi compagni cercando di spronarli (e perché no, spronarsi) affinché si esca tutti insieme dal momento nero. Perché il leader mette davanti a sé prima la squadra, poi i singoli e poi se stesso. E, metaforicamente, è colui che lascia la barca che affonda per ultimo.

Sembrano concetti banali, ma se si parla di “spogliatoi spaccati” la colpa è che quella squadra non ha un leader riconosciuto, ma ha più leader a capo di più gruppi. E’ necessario avere un solo leader ed un solo gruppo. Non esiste una “scuola di leader”, ma esiste l’esperienza e l’esperienza si fa sul campo. Come nella vita, come su un rettangolo verde di gioco.

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