Sampdoria 1991, il miracolo di Vialli e Mancini progettato da Mantovani

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Sampdoria 1991

Sampdoria 1991, il genio di Paolo Mantovani

Pagliuca, Mannini, Bonetti; Pari, Vierchowod, Pellegrini; Lombardo, Cerezo, Vialli, Mancini, Dossena. E poi Lanna, Invernizzi, Mikhailichenko, Katanec, Branca. Per i tifosi della Sampdoria sopra i 35 anni questa è la dolce melodia che li accompagna dal 1991 nel magico mondo di uno scudetto scritto negli astri, che i blucerchiati dovevano prima o poi vincere. Perché la squadra era indubbiamente fortissima e perché dietro, in cabina di regia, c’era un uomo che ha disegnato una pagina fondamentale del calcio italiano, con determinazione e signorilità: Paolo Mantovani. Un Presidente già “avanti” quando, nel 1980, iniziò a costruire la squadra che avrebbe vinto il titolo: il lavoro, infatti, partì da lontano, con l’acquisto dal Varese, di Luca Pellegrini, colui che (infortuni a parte) sarebbe diventato il capitano dello scudetto. Pellegrini era stato allevato da Fascetti nella società di Colantuoni, ex Presidente blucerchiato a cavallo tra gli anni ’60 e ‘70, e Beppe Marotta, giovane Direttore Generale e futuro braccio operativo alla Samp di Riccardo Garrone: quando si dice il fato…. Dopo Pellegrini arrivò lo zar, Pietro Vierchowod, prelevato dal Como (mentre tutti, di quella squadra, cercavano gli attaccanti Nicoletti e Cavagnetto…) che, con il carattere che lo caratterizzava rispose: “sì, ma in B non gioco”.

Sampdoria 1991, il miracolo di Vialli e Mancini

E siccome la promozione, la Sampdoria, se la doveva ancora conquistare, ecco i prestiti prima alla Fiorentina (seconda dietro alla Juve) e poi alla Roma (scudetto): come si può definire il “russo” se non “un vincente”? Intanto, dal Bologna retrocesso, Mantovani aveva piazzato (estate 82) il colpo Mancini (17 anni, 9 gol in serie A, un talento infinito, una testa tutta da plasmare); a seguire erano arrivati Pari, Mannini, il gemello di Mancini Luca Vialli (con uno scippo di mercato alla Juventus all’epoca ancora possibile), Popeye Lombardo e Beppe Dossena, vero “saggio”, dal punto di vista tecnico e tattico, della squadra. Ma per vincere qualcosa di importante serviva anche altro. La Sampdoria vincente aveva un’ossatura costruita da grandi giocatori italiani e Mantovani, per far crescere questi imberbi giovanotti, talentuosi ma un po’ “fru fru,” aveva pensato anche a stranieri di grande personalità. Ecco allora Graeme Souness, signore del centrocampo nella prima Coppa Italia vinta nell’85, Hans Peter Briegel, per nulla scalfito nella sua corazza di panzer dalle libagioni tricolori di Verona. E ancora Victor Munoz, da Barcellona con furore e lui, Toninho Cerezo, uomo-campo, uomo-spogliatoio, uomo-tutto di quella Samp che, alla fine, il 20 maggio 1992 sfiorò anche il cielo con un dito. Provate ancora oggi a nominare il signor Schmidhuber a Gianni Invernizzi, attuale consigliere d’amministrazione della Sampdoria: vi guarderà in modo feroce. L’arbitro tedesco fischiò al centrocampista blucerchiato un fallo al limite dell’area, che scatenò le ire dei blucerchiati: la saetta di Koeman, il volo inutile di Pagliuca, il pianto dei 30000 sampdoriani saliti a Wembley sono pagine, comunque, di storia. Di una storia cominciata 11 anni prima e che poteva finire sul massimo trono del calcio europeo. E così da ricordare resta quella cantilena: Pagliuca, Mannini, Bonetti…………