Home Blog Pagina 9161

Lazio-Juventus, Felipe Anderson ci sarà

Felipe Anderson

Verso Lazio-Juventus, la situazione di Felipe Anderson

Come recita il sito esperto in vicende biancocelesti, Laziopress, Felipe Anderson “aveva fatto spaventare tutti uscendo anzitempo nell’amichevole disputata contro il Bayer Leverkusen. Per fortuna però il pericolo è scampato“.

Felipe Anderson, infatti, ha effettuato nel pomeriggio di ieri in Austria gli esami strumentali per capire l’entità del fastidio muscolare che ha accusato alla coscia. L’esito per fortuna non è stato nefasto, non sono state rilevate lesioni muscolari, si è trattato di un semplice affaticamento.

Il brasiliano tornerà già venerdì a lavorare in gruppo per preparare al meglio la sfida di Supercoppa Italiana in programma il 13 agosto all’Olimpico di Roma contro la Juventus.

Lazio-Juventus, la grinta di Immobile

Nel frattempo si è svolto un nuovo test per i ragazzi di Simone Inzaghi, una sgambata contro la formazione locale del Kufstein terminata con un largo 13-1. Al termine del match ha preso la parola il leader del gruppo Ciro Immobile che sempre come riporta Laziopress è intervenuto ai microfoni di LSR ecco le sue parole:

“Sono contento perché stiamo facendo una grande pre-season, stiamo lavorando bene e tutti rispondono in maniera perfetta anche durante gli allenamenti. Dobbiamo solo andare avanti perché la strada intrapresa è quella buona”.

In campo 20 minuti

“Non ci aspettavamo oggi tutto questo caldo ma la squadra ha risposto bene, contro il Leverkusen la prima formazione schierata da mister Inzaghi ha giocato 70 minuti ed oggi abbiamo scambiato i ruoli, siamo soddisfatti, tutti seguiamo il mister, stiamo facendo un grande lavoro, si continua a lavorare nella direzione giusta”.

“L’affetto della gente è importante, in tanti sono venuti ad Auronzo, qualche tifoso è anche qui in Austria, siamo soddisfatti, speriamo, ma ne sono certo, che l’entusiasmo che ci circonda lo ritroveremo il 13 agosto all’Olimpico. Stiamo lavorando per arrivare al 100%”.

“Per me è stato più faticoso il rafting ieri visto che ho giocato venti minuti, stiamo organizzando anche cene di squadra, facciamo queste cose per stare insieme. L’armonia non manca, stiamo facendo un bel lavoro, siamo uniti e questo si vede. Dobbiamo solo continuare su questa quadra”.

Su Felipe Anderson

“Felipe sta bene, è troppo importante per noi, è il secondo anno che giochiamo insieme, ormai conosciamo i nostri movimenti e mi serve assist importanti. Sono felice che il suo infortunio non sia niente di grave”.

Audi Cup, Atletico Madrid-Napoli 2-1. Cronaca, Tabellino e Video dei gol

Atletico Madrid-Napoli

Napoli sconfitto nella Audi Cup

Atletico Madrid-Napoli finisce 2-1 e il “catenaccio” del Cholo Simeone si impone sul “calcio champagne” di Maurizio Sarri nella prima sfida dell’Audi Cup. Il successo degli spagnoli arriva in rimonta grazie alle reti di Torres e Vietto.

I partenopei erano passati in vantaggio con un gol di Callejon all’11 della ripresa che di destro al volo beffa Oblak su perfetto cross di Ghoulam. Al 27′ l’Atletico pareggia con Torres e al 36′ sugli sviluppi di un corner Vietto firma il gol della vittoria. La squadra di Sarri nel primo tempo aveva sbagliato un rigore con Milik.

Ad un minuto dal 90′ è stato espulso Godin per doppia ammonizione una della quali rimediata per un pessimo fallo su Ounas che lo stesso tecnico del Napoli ha stigmatizzato in maniera netta “Poteva e doveva evitarselo“.

L’Atletico in finale incontrerà il Liverpool che nell’altra partita del quadrangolare, quella tra i padroni di casa del Bayern Monaco di Ancelotti ed appunto la squadra di Jurgen Kloop che si è imposto con un netto 3-0

Atletico Madrid e Liverpool si affronteranno stasera sera all’Allianz Arena, mentre Napoli-Bayern Monaco, nel pomeriggio di oggi, si sfideranno per il terzo e il quarto posto

Atletico Madrid-Napoli 2-1, il tabellino


Atletico Madrid:
Oblak; Juanfran, Godín, Savic, Filipe; Gabi, Koke; Carrasco, Gaitán, Griezmann, Torres. A disposizione: Werner, Vrsaljko, Lucas, Giménez, Kranevitter, Thomas, Keidi, Olabe, Vietto, Amath, Juan Moreno, Correa. Allenatore: Simeone

Napoli: Reina; Hysaj, Albiol, Chiriches, Ghoulam; Allan, Jorginho, Hamsik; Callejon, Milik, Insigne. Allenatore: Sarri

Reti:
56′ Callejon; 73′ Torres; 81′ Vietto

Atletico Madrid-Napoli 2-1, Highlights

https://www.youtube.com/watch?v=jQip_5XSe8U

Inter, Spalletti autorizza la cessione del centrocampista

Shkodran Mustafi

Candreva verso il Chelsea

Luciano Spalletti avrebbe autorizzato la cessione di Candreva al Chelsea, questo quanto afferma Premium Sport. Il tecnico toscano da il via libera per la cessione del centrocampista ex Lazio al Chelsea di Conte per una cifra vicina ai 25 milioni di euro, l’allenatore spera invece di trattenere in nerazzurro Ivan Perisic, sul croato c’è ancora il Manchester United in pressing.

Football Legend Michael Owen

Michael Owen, il fenomeno

Politicamente, e calcisticamente, Inghilterra e Argentina sono rivali da sempre e ogni volta che le due Nazionali si incontrano in un rettangolo verde la passione, la rabbia e la gioia di prevalere sul “nemico” prende sempre il sopravvento. Se ne sono giocate molte di Inghilterra-Argentina: la più celebre è stata senza dubbio quella dei quarti di finale di Messico ’86 che consacrò Maradona come dio (anzi dios) del calcio.

Eppure un altro Inghilterra-Inghilterra ha fatto conoscere al Mondo un ragazzino di Chester che ha fatto sognare l’Inghilterra e il suo calcio. Siamo a Saint Etienne, stadio Guichard, 30 giugno 1998, ottavi di finale. Minuto 16: il punteggio era già sull’1-1, con i timbri dei due numeri 9, Shearer e Batistuta. La partita era viva quando l’attaccante argentino Claudio Lopez arrivò nei pressi dell’area inglese. Paul Ince gli rubò palla e la passò a David Beckham. Lo Spice boy la passò all’attaccante che di tacco destro la stoppò e andò via palla al piede verso l’area avversaria, dove di destro superò Roa con un gran tiro. Vantaggio inglese e tutta la squadra che accorse per abbracciare il compagno. La partita terminò ai rigori e passò ai quarti l’Albiceleste, ma quella fu la partita che consacrò il mito di quel ragazzino con la maglia numero 20 sulle spalle: Michael Owen. Il match fu il crocevia di una delle carriere più fulgide della storia del calcio, ma altrettanto sfortunata. Perché se da una parte Owen nei suoi diciassette anni di carriera professionista ha vinto tanto, dall’altra ha avuto la sfortuna di avere incontri troppo ravvicinati con il nemico dei calciatori, l’infortunio. E i continui acciacchi, le operazioni e le riabilitazioni sono state il vero problema del Golden boy del calcio di Sua Maestà che poteva essere ancora più football legend di quanto non lo sia stato.

I tifosi di calcio si stropicciarono gli occhi nel vedere come un ragazzino di 18 anni aveva segnato un gol di pregevolissima fattura in una match delicato in una manifestazione del calibro del Mondiale. Ma in patria il nome di Owen era quello del predestinato.

Nativo di una città a pochi chilometri dal Galles, Owen nacque in una famiglia di sportivi con il padre ex giocatore. In tenera età iniziò a calciare i primi palloni e quando fu inserito nel campionato baby gallese fece un qualcosa di strepitoso: oltre 90 reti e record per il campionato scolastico del Galles del Nord. Il piccolo Michael superò un mostro sacro del calcio locale, Ian Rush, che alla sua età ne segnò tredici di meno. “Predestinato” si diceva e a 12 anni passò al Liverpool, una delle grandi del calcio inglese un po’ in decadenza dopo i successi europei degli anni Ottanta. Tifoso dell’Everton, la seconda squadra della città dei Beatles, furono proprio i Reds ad accaparrarselo pensando: “se questo è più forte di Ian Rush, che da noi è un mostro sacro, abbiamo fatto il colpo di mercato del secolo”. E i fatti diedero ragione al Liverpool, tanto che Owen debuttò in Premier contro il Wimbledon il 6 maggio 1997 a 17 anni e quattro mesi: al suo ingresso in campo, i Dons vincevano 2-0 ma il giovane attaccante numero 18 segnò il gol della bandiera dopo pochi minuti. Era la stagione 1996/1997, i Reds chiusero in classifica al quarto posto, ma il calcio inglese aveva appena visto entrare in campo un ragazzino veloce, tecnico e con un destro al fulmicotone.

Owen rimase al Liverpool otto stagioni (1996-2004), raccogliendo 297 presenze e realizzando 158 reti. In quel periodo, il Liverpool tornò competitivo, ottenendo come migliori piazzamenti un secondo, due terzi, tre quarti posti ed arrivarono i primi trofei: nella stagione 2000/2001, con in panchina Gérard Houllier, i Reds vinsero in un anno solare Coppa d’Inghilterra, Coppa di Lega, Charity Shield, Coppa Uefa e Supercoppa europea. Dopo diciassette stagioni, i Reds tornarono a vincere in Europa con una squadra molto forte: Westerveld in porta, capitan Hyypia e Carragher in difesa, Gerrard a centrocampo e davanti il duo Fowler-Owen che ricordarono ai tifosi della “Kop” i fasti di Rush, Dalglish e Souness. Owen non segnò nella finale Uefa, ma fu decisivo in FA Cup 2000-2001 (doppietta contro l’Arsenal in una partita passata alla storia come “la partita di Owen”), Football League Cup 2002-2003 (gol del 2-0 contro il Manchester United) e il gol del momentaneo 3-0 contro il Bayern in Supercoppa. Al dicembre 1999, a 20 anni, Owen aveva già segnato già cinquanta reti con il Liverpool.

A livello personale, negli anni con la maglia dei Reds, l’attaccante inglese vinse due classifiche marcatori consecutive (1997-1999, segnando trentasei reti totali), il premio di miglior giovane della Premier (1998), miglior esordiente (1998), calciatore dell’anno per la rivista di settore “World Soccer” (2001) e poi nel dicembre 2001, a 22 anni, il premio più importante assegnato individualmente ad un calciatore: il Pallone d’oro. Dopo ventidue edizioni, il premio tornava in Inghilterra: l’ultimo inglese a primeggiare fu Keevin Keegan nel 1978 e nel 1979. Era destino: quando l’attaccante dell’Amburgo vinse il suo secondo premio, Owen veniva al Mondo.

Il Pallone d’oro fu inaspettato ma meritato ed andava a coronare la giovane carriera di un ragazzino di poco più di venti anni che aveva già alle spalle 32 presenze e quattordici reti in Nazionale maggiore: nessuno lo ha ancora superato come debuttante più giovane. E delle reti, il gol (sfortunato alla fine) contro l’Argentina in Francia gli valse anche il premio come miglior giovane del torneo.

Con la Nazionale inglese prese parte anche allo sfortunato Europeo 2000 in Belgio-Olanda (nessuna presenza e Inghilterra fuori già alla prima fase) e all’Europeo portoghese (Tre leoni fuori ai quarti contro i padroni di casa e l’attaccante dei Reds autore di una rete), dove emerse l’estro dell’altro enfant prodige del calcio inglese, Wayne Rooney.

Ma la Premier incominciò a stare stretta a Owen perché i successi (a parte il magico 2001) erano scarsi. Nell’estate 2004 l’attaccante fece armi e bagagli e salpò al Bernabeu, fiore all’occhiello della sontuosa campagna estiva del Real Madrid.

Si pensava che con l’arrivo dell’inglese il Real avrebbe potuto vincere Liga e Champions, ma quella stagione i Galacticos arrivarono secondi in campionato e furono eliminati negli ottavi sia in Champions che in Copa del Rey. Stagione deludente nonostante in squadra ci fossero Zidane, Figo e Ronaldo. Owen non fece nel complesso male, segnando 16 reti in quarantacinque incontri, la maggior parte da subentrato. Una squadra senza problemi tecnici lo avrebbe riconfermato, visto che il cartellino costò 25 milioni di euro, e invece il Real lo mise sul mercato. Tutti pensarono che ritornasse da figliol prodigo ad Anfield Road ed invece andò “in periferia”, nel Newcastle United di Graeme Souness, vecchia gloria del Liverpool anni ’80, con in squadra Alan Shearer. I Magpies sganciarono al Real 18 milioni di euro, portando in riva al Tyne il talentuoso Golden boy inglese, ad oggi l’acquisto più caro della storia del club.

Se in riva al Manzanarre Owen era “uno dei tanti”, nella città nei pressi del Vallo di Adriano era il bomber adatto per giocare con Shearer. Ma iniziarono i primi guai fisici per Owen: nel dicembre 2005 si fratturò il metatarso e rimase fuori tre mesi. Non tornò al top ma quello che contava allora era la convocazione per il Mondiale tedesco. Owen partì per la Germania, ma il 20 giugno successe l’irreparabile: nei minuti iniziali della seconda partita del girone contro la Svezia, l’attaccante inglese cadde a terra e il ginocchio si ruppe. Il verdetto: intervento chirurgico e ritorno in campo dopo 18 mesi. Vinse la Coppa Intertoto 2006, ma diede meno di quanto ci si potesse aspettare da uno della sua caratura. Nel 2007 chiuse con la Nazionale maggiore: la sua ultima apparizione fu contro la Russia a Wembley il 12 settembre: 3-0 finale, doppietta per lui. Ottantanove caps e quaranta reti nel complesso.

A fine gennaio 2009 gli “saltò” la caviglia e rimase fuori altri due mesi. A giugno rescisse con i Magpie, lasciandosi male con la dirigenza che dirà anni dopo di aver fatto un errore (economico) a portarlo a Newcastle. Chiuse con trenta reti totali in quattro stagioni e la retrocessione in Championship. Owen in “cadetteria” non scese e, a parametro zero, andò allo United.

Owen non sembrava più il Golden gol di un tempo: gli anni avanzavano, la forma fisica era precaria e i troppi stop sembravano indirizzarlo sulla via del tramonto. Con i Red devils firmò per tre anni, maglia 7 sulle spalle con la speranza di tornare a giocare al calcio come un tempo. Owen giocò complessivamente cinquantuno partite segnando solo 17 reti complessive. La media realizzativa si alzò inesorabilmente ma vinse (da comprimario) una Coppa di Lega, due Commuty Shield e il titolo 2010, il primo della sua carriera dove segnò solo tre reti in dieci partite. La sua rete più importante in maglia Red devils la siglò contro il Manchester City il 20 settembre 2009 al minuto 96. Per il resto, poca roba e altri infortuni.

Owen oramai era un ex e dopo Manchester passò allo Stoke City, club dello Stafforshire impegnato nella lotta per non retrocedere: i Potters furono l’ultima squadra pro di Owen. Non era più quello di prima: debole, in là con gli anni (quindici anni a grandi livelli), gambe che non reggevano più. Dopo sole otto partite e un solo gol lasciò sia lo Stoke che il calcio giocato.

La sua ultima partita, giocata al St Mary’s Stadium di Southampton, contro i Saints: le due tifoserie alla fine della partita gli tributarono una standing ovation e tanti applausi. La carriera del più fulgido talento del calcio inglese terminava in un campo della periferia della Premier League.

Appese le scarpe al chiodo, Michael Owen è diventato ambasciatore del Liverpool nel Mondo.

Pensare oggi a Owen porta a pensare a che tipo di giocatore sarebbe stato se non avesse avuto così tanti infortuni. Con i se e con i ma, si sa, non si gioca a calcio ma magari avrebbe potuto segnare di più (262 reti in carriera), vinto qualche altro premio e qualche coppa ancora più importante. Ma nel calcio è così: l’infortunio è il nemico del calciatore. Un conto è se ci si fa male e si recupera subito, un conto è cadere in continue ricadute e veder giocare i tuoi compagni dalla palestra o facendo del lavoro differenziato, vedendosi superato nelle gerarchie.

Michael Owen è stato un giocatore incompiuto: veloce e abile con i piedi, grande visione di gioco precisione in campo, amato e contestato, idolatrato e scaricato da chi lo ha considerato un dio del calcio e chi lo considera solo il giocatore giusto, al posto giusto e al momento giusto, riferendosi al fatto che non appena è salita l’asticella del valore della squadra in cui militava (Real e United) non si è dimostrato all’altezza. Ma chi asserisce così è in mala fede, visto che in Spagna ha avuto la possibilità di segnare tanto nonostante fosse un “panchinaro”, mentre allo United è arrivato in tarda età, dopo una serie di gravi infortuni e con davanti (in attacco) gente del calibro di Rooney, Berbatov, Welbeck e Chicharito Hernandez.

Una cosa è certa: gli inglesi con Owen hanno sperato di tornare a vincere un Mondiale e/o un Europeo dopo anni di delusioni fatte di uscite anticipate (l’ottavo di Francia 98), rigori falliti (semifinale di Italia ’90) e gol non convalidati (Lampard in Sud Africa) oltre a Commissari tecnici esosi e non proprio all’altezza (Sven-Göran Eriksson, Fabio Capello, Roy Hogson, Sam Allardyce). Con il ragazzo di Chester si pensava che fosse arrivato anche il momento di quelli che si definivano i Maestri. Invece si possono consolare con Owen ultimo inglese a vincere il Pallone d’oro oppure con la sua tripletta alla Germania in quel fantastico 2001.

Poca roba? Forse, ma non ditelo ai tifosi dei Reds cresciuti con le reti e le vittorie di Michael Owen. Potrebbero risentirsi.

Bergamini, è omicidio? Movente legato al calcioscommesse…

Omicidio Bergamini, tutto gira intorno al calcioscommesse

Dopo 28 anni si potrebbe scoprire la verità sulla tragica morte di Denis Bergamini, il centrocampista del Cosenza morto in quello che sembrava un tragico incidente. Omicidio, questa l’accusa della Procura di Castrovillari, ‘ucciso in concorso con l’aggravante della crudeltà’. Il movente da cercare nel mondo del ‘calcioscommesse’.

Questo quanto riporta il Corriere della Sera:

A 28 anni di distanza dalla tragica morte di Denis Bergamini, il centrocampista del Cosenza che la Procura di castrovillari ritiene essere stato ucciso in concorso e con l’aggravante della crudeltà, anzi tortura, il muro di gomma comincia a sgretolarsi. Dopo gli avvisi di garanzia alla fidanzata dell’epoca Isabella Internò e al camionista Raffaele Pisano e la riesumazione dei resti di Denis del 10 luglio scorso, emergono i primi riscontri agghiaccianti su movente e modalità dell’omicidio, e sui 28 anni di depistaggio che ne sono seguiti.

Il calcioscommesse alla cosentina
Gli investigatori sostengono, aiutati da alcuni super testimoni mai sentiti in anni di omissioni che sia da escludere la pista passionale. Emergerebbe, secondo quanto fonti della procura hanno affermato a RaiSport, un vero sistema di partite oggetto di un vasto meccanismo illecito finalizzato al calcioscommesse che gli inquirenti ritengono gestito in campo da un gruppo del Cosenza di quegli anni, con la benedizione in qualche modo di clan dominanti.

Il ricatto
Bergamini avrebbe chiesto l’immediata cessione dal Cosenza, impedita di fatto, da una sorta di clausola rescissoria del calcio di quei tempi. Una clausola, come dicono gli ambienti investigativi, chiamata ricatto. Qualcuno del gruppo illecito di quel Cosenza minacciò il ragazzo di rivelazioni sulla sua vita privata, la frequentazione di donne legate a giri criminali.

Il tragico omicidio
Il famigerato sabato pomeriggio del 18 novembre del 1989 Bergamini cadde nel tranello: in macchina, in dolce compagnia, arriva in un posto dopo c’e’ qualcuno ad attenderlo, forse piu’ persone. Gli inquirenti ipotizzano un soffocamento con sacchetto di plastica e, una volta stordito, un colpo al fianco sinistro con un attrezzo per lavoro di edilizia. Poi la presunta agonia, e forse nessun camion a schiacciarlo. Un mix di sentimenti, malaffare, un sistema illecito di calcioscommesse, una morte di un ragazzo che voleva solo fuggire.