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Deulofeu, grazie al Milan torna in Nazionale. E il Barça lo tiene d’occhio

L’esterno spagnolo ha ritrovato la Nazionale. E a fine stagione il Barcellona può avanzare il diritto di ‘recompra’

Gerard Deulofeu deve dire grazie a Montella e al Milan. Da quando è arrivato, a gennaio dall’Everton, con cui aveva collezionato soltanto 11 presenze stagionali, è stato messo al centro del progetto rossonero. Adattatosi sin da subito al gioco di Montella, l’esterno catalano ha collezionato buone prestazioni, ha segnato un gol e realizzato 3 assist per i compagni sinora.

La continuità di rendimento ha fatto in modo che Deulofeu ritrovasse la convocazione in Nazionale spagnola maggiore a 3 anni di distanza. Il ragazzo, infatti, è stato chiamato dal ct Lopetegui per le sfide contro Israele e Francia.

La riconquista del posto in nazionale è un bel punto di partenza per diventare davvero “grande”.

Non solo, le prestazioni in campo del ventitrenne sembrerebbero aver attirato l’interesse del club in cui Deulofeu è cresciuto: nientemeno che il Barcellona. I catalani possiedono, infatti, il ‘derecho de recompra‘ sul giocatore, fissato a 12 milioni. Se quest’estate decidessero di esercitarlo Deulofeu farebbe quindi ritorno a “casa”.

Storia di un povero Pep

Pep Guardiola

Guardiola e una stagione altalenante

Quanti allenatori sono usciti agli ottavi di finale in una manifestazione europea? Centinaia e centinaia. Per molti uscire agli ottavi può essere comunque un successo, mentre per altri può essere un grandissimo insuccesso. Per Josep Guardiola, l’essere uscito agli ottavi di finali mercoledì scorso contro il Monaco è stata la sua prima volta: mai il tecnico di Santpedor era stato eliminato nel primo turno dell’eliminazione diretta. Per i monegaschi il passaggio del turno, dopo due strepitose partite contro il Manchester City, rappresenta il migliori risultato in Champions League da tre stagioni a questa parte, quando venne eliminato (a fatica) dalla Juventus poi finalista. Ora per loro ci sarà lo scoglio Borussia Dortmund, mentre per i citizens ci sono solo i ripianti.

Come si diceva, per la prima volta in carriera il “filosofo” Pep dovrà vedere la prosecuzione della Champions dal divano di casa già a metà marzo. Uno smacco per uno degli allenatori più studiati (e ammirati) della storia che consecutivamente,dalla stagione 2008/2009, arrivava come minimo in semifinale e ogni volta che è arrivato in finale la sua squadra ha alzato poi la coppa. Fa specie sapere che Guardiola non riesce a vincere la coppa più importante da quel fantastico 3-1 al Manchester United del 28 maggio 2011 al Wembley Stadium: un’era calcistica fa.

Nella partita di andata, il Manchester City ha rimontato tre gol ai monegaschi in undici minuti (71′-82′) mentre al Louis II bastava solo che pareggiasse o perdesse con un gol di scarto, oltre a vincere con qualsiasi punteggio per superare il turno. Ed invece nel primo tempo hanno giocato solo i biancorossi che hanno chiuso sul 2-0, mentre la ripresa è stata tutta di marca sky blues e con Sané l’avevano anche raddrizzata, salvo poi cadere al gol di Bakayoko pochi minuti dopo. Monaco ai quarti dopo tre stagioni, City che esce agli ottavi per la quarta volta da quando è diventato “arabo” (stagione 2008/2009). Insomma, il Monaco ha fatto il…Manchester City con grande merito, con una squadra interessante, giovane e con un mix di qualità e quantità che potrà mettere in difficoltà Aubameyang e compagni nel prossimo turno.

Eppure c’è qualcosa che non va: da quando ha lasciato Barcellona, Guardiola non ha vinto più nulla a livello europeo. Per carità, la concorrenza è stata molto agguerrita ma sembra che la magia di quello che fu il tiki taka sia svanita. A Monaco di Baviera le tre eliminazioni consecutive in semifinale bruciano ancora, visto che ora al Bayern Monaco si sta sognando in grande e i bavaresi sono i candidati numeri uno per vincere la Champions League. Guardiola a Monaco ha avuto dei grandi giocatori pagati profumatamente come cartellino ed ingaggio, eppure i ricordi dei successi barcelonisti sembravano lontani anni luce. E se la scorsa stagione Thomas Müller non avesse segnato il gol del pareggio all’89’ contro la Juventus, Guardiola poteva già salutare la coppa.

E lo stesso a Barcellona, dove il suo erede naturale, Luis Enrique, in tre stagioni ha già fatto un triplete ed e l’artefice (se non il veggente) dell’incredibile 6 a 1 contro il PSG.

L’arrivo di Guardiola nello sponda citizen di Manchester è stato accolto con un’ovazione, visto che i tifosi pensavano di fare incetta di trofei, ma invece, rispetto al campionato scorso, quando alla guida del club c’era Pellegrini, c’è stato un netto passo indietro: il club chiuse al quarto posto in campionato, vinse la Football League Cup, uscì negli ottavi di FA Cup mentre in Champions League la cavalcata terminò in semifinale, il miglior risultato di sempre della squadra (ex) operaia di Manchester nella coppa europea più importante. E ora invece, con il mese di marzo agli sgoccioli, la vetta della Premier dista dodici punti, in League Cup la corsa si è fermata subito ed in Champions è già stato eliminato. A oggi gli unici obiettivi fattibili sono un posto in Champions League (il Chelsea sta facendo un campionato a parte e il Tottenham non molla un colpo) e la FA Cup, dove Aguero e soci giocheranno il prossimo 23 aprile la semifinale unica contro un’altra delusa del calcio inglese, l’Arsenal, che negli ottavi di Champions ha preso dieci gol dal Bayern Monaco e che in campionato sta facendo ancora peggio dei citizens (ora sono sesti a sei punti dal quarto posto).

La dirigenza del City per Josep Guardiola ha fatto le cose (come sempre) in grande: una squadra dal valore totale di 525 milioni, una campagna estiva del valore di 213 milioni, un allenatore con uno stipendio di 20 milioni a stagione e che ora si trova in mano un pugno di mosche. Ed il titolo di “coach of the month” di febbraio non lenirà la sua rabbia e la sua amarezza.

E la notizia che stupisce di più è sapere che Kevin de Bruyne, craque di mercato due stagioni fa, vale da solo come l’intera rosa del Monaco (74 milioni il belga, due milioni in meno la squadra di Leonardo Jardim): de Bruyne a casa, Monaco ancora in gioco.

I giornali inglesi sono andati giù pesanti contro Pep Guardiola, così come il web. Il tecnico spagnolo non rischia il posto, ma sicuramente è il responsabile del fallimento di questa stagione del Manchester City, costruito per vincere ma che invece potrebbe chiudere la stagione con zeru tituli: una bella beffa per lui visto che l’altra squadra di Manchester è allenata dal creatore di quella “parola” nonché nemico giurato di Guardiola, Josè Mourinho, e che ha già vinto la English Football League Cup e che è ancora in corsa in Uefa Europa League.

Gli unici contenti per l’eliminazione del Manchester City sono i tifosi del Barcellona, non tanto perché un avversario pericoloso per la vittoria della Champions League è stato eliminato ma perché vorrebbero che il “filosofo” di Santpedor tornasse alla “casa madre”, visto che Luis Enrique a fine stagione, comunque vada, lascerà il Nou Camp. Una cosa nel complesso molto, ma molto difficile che accada ma che avrebbe un fascino molto suggestivo.

Guardiola ha fatto mea culpa, prendendosi le colpe dell’eliminazione: la squadra ha concesso il primo tempo agli avversari e loro, che in Europa ed in campionato stanno facendo veramente molto bene, hanno castigato dei citizens davvero sotto tono, con una linea difesa colpevole di aver dato troppo agli avversari: sei gol in due partite contro una squadra senza blasone, e che vale come un solo giocatore del City, è una cosa che fa molto riflettere.

Guardiola non si aspettava di annaspare in questa maniera: dopo aver fatto l’en plein di vittorie nelle prime sei partite di campionato, tutti davano le avversarie ad inseguire. E anche in Champions il percorso era in discesa, visto che il club era stato inserito in un girone dove c’era solo da decidere chi passava per prima e chi per seconda (Barça, Borussia M’Gladbach e Celtic). Ma poi l’alchimia si è rotta, sono arrivate le sconfitte, qualche passo falso di troppo ed in campionato ed il secondo posto nel girone, staccato di sei punti dai catalani. Ci si aspettava molto di più dal City, soprattutto dopo la faraonica campagna acquisti (213 milioni di euro spesi, con i fiori all’occhiello Sané, Gabriel Jesus e John Stones).

Ma siamo sempre lì’: non serve spendere milioni su milioni per avere le “figurine” se poi queste non riescono a fare gioco. Perché, fa specie dirlo, questo City non ha un gioco. Meglio una squadra operaia come il Monaco (nonostante le presenze di Falcao, del baby fenomeno Mbappé e dei “nostri” Raggi e de Sanctis) che sta facendo sognare i suoi tifosi dopo anni di magra.

E’ eccessivo dire che Pep Guardiola è superato, ma fatto sta che la prossima stagione dovrà fare molto meglio di oggi. Il tiki taka ha funzionato solo a Barcellona, visto che a Monaco di Baviera e a Manchester non ha reso mentre Luis Enrique sta ancora usando il “metodo” guardiolano.

In estate ci sarà l’ennesima rivoluzione (una cosa che piace molto agli sceicchi proprietari di club di calcio) e molti giocatori potrebbero lasciare l’Etihad Stadium (uno su tutti, Sergio Aguero). Si parla di 150 milioni da “buttare “sul mercato e di un possibile approdo in maglia celeste di Alexis Sanchez. Ma la palla dovrà passare a Guardiola: dimostrare al mondo che i successi del passato erano merito suo, e delle sue strategie, e non di aver avuto grandissime squadre a disposizione. Pep è un allenatore fenomenale o un allenatore che vive di luce riflessa da quattro anni? Ora è facile criticare, ma in molti pensano che Guardiola sia diventato…Guardiola perché il suo Barcellona era una squadra che avrebbe vinto con qualsiasi altro allenatore, tiki-takiano o meno.

Questa è la storia di un allenatore che si ritrova a fine marzo a lottare per meno di quello che la sua società credeva ad agosto, ma siamo certi che uno come Guardiola si sia preso un altro anno sabbatico. O così si spera.

Buena suerte, Pep.

Roma – Spalletti, parla Totti: “Lo terrei, è il futuro del club”

Le parole del capitano romanista sul tecnico nell’intervista a Maurizio Costanzo in onda giovedì 23 marzo

Il capitano giallorosso torna a parlare e lo fa in un’intervista che andrà in onda su Canale 5 nel programma “L’intervista” di Maurizio Costanzo in data 23 marzo alle ore 23.30.

Totti affronterà molti argomenti inclusi aspetti della vita privata oltre che sportiva. Ecco un anticipazione di quello che andrà in onda giovedì prossimo:

Sul suo passato e futuro nel mondo del calcio:

Il mio goal del cuore? Quello che ha fatto vincere alla Roma lo scudetto. Il mio rimpianto più grande? Non aver vinto la Champions con la Roma”

Tra un anno? Potrei essere nella dirigenza della Roma, ancora sui campi a giocare, oppure potrei decidere di fare il procuratore e cercare nuovi campioni, un po’ di esperienza nel calcio ce l’ho”

Sull’attuale tecnico della Roma Spalletti:

Terrei Spalletti allenatore, è il futuro della Roma”

Sulla famiglia a partire da quella d’origine per poi passare al rapporto con la moglie Ilary ed i figli:

Con Ilary stiamo pensando al quarto figlio, ce lo ha chiesto Cristian, vuole un altro maschio. Un programma in tv con lei? Ce lo hanno proposto tante volte, ma se per lei è il suo pane, per me sarebbe una cosa nuova”

Roma, il Liverpool si defila per Manolas

Troppo alta la valutazione del greco secondo il club di Klopp

Secondo quanto riferito da Goal.com, il Liverpool si sarebbe tirato indietro dall’asta per il difensore Kostas Manolas in forza alla Roma. La valutazione del giocatore, intorno ai 35 milioni di sterline, sarebbe stata giudicata eccessiva dal club inglese.

Per il difensore giallorosso rimarrebbero dunque in corsa il Paris Saint Germain e soprattutto l’Inter, con la Juventus e il Barcellona che avrebbero effettuato solamente dei sondaggi in passato.

La Cina è vicina… ma non per tutti

INTER E MILAN. SUNING E SINO EUROPE. DUE REALTA’ CHE RAPPRESENTANO DUE FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA.

Quando Zhang Jingdong e il Gruppo Suning sono succeduti a Erick Thohir alla guida dell’ Inter, lo scetticismo era lo sport preferito da chi professava il mestiere di critico in ambito pedatorio. Le incognite erano parecchie, e francamente anche dovute. Gli errori commessi in avvio di stagione hanno giustificato i dubbi su una proprietà ricca di dobloni e buone intenzioni, ma povera di cultura calcistica. Quantomeno nostrana. Soprattutto nerazzurra.

Da quando però il povero Franck De Boer ha mollato la presa – per colpe non del tutto sue – Zhang ha deciso che forse l’affidarsi al comparto italiano del club, con Ausilio in primis, sarebbe stato il viatico migliore per uscire da un periodo grigio, con la sola illusoria luce derivata dall’exploit settembrino contro la Juve.

Un tecnico di provata esperienza e capacità come Stefano Pioli, detto “il normalizzatore”, ha restituito gioco e dignità ad un’Inter sbertucciata su più fronti – soprattutto in Europa – e adesso, guardando la classifica, non si può che nutrire un certo rimpianto per la partenza ad handicap che sta zavorrando i nerazzurri nella loro corsa per un posto in Champions. Ma, si sa, che la chiave del successo sono i fallimenti, e l’aver imparato dai propri sbagli – come l’essersi affidati a pessimi consiglieri – nobilita l’operato del Gruppo Suning per un’Inter che guarda al futuro con malcelato ottimismo. I nomi, o meglio le suggestioni, che alimenteranno i sogni sotto l’ombrellone la prossima estate, sono degni della grandeur che la Beneamata vuole raggiungere dopo troppi anni di oblìo. Quel che è certo, con Pioli o meno – chi scrive caldeggia per un rinnovo a lungo termine – Suning pensa in grande, e dà l’idea che non sarà un’entità eterea nel futuro del club, ma decisamente presente. Quello che purtroppo è mancato lo scorso autunno.

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Se la Milano nerazzurra ride, quella rossonera invece ha a che fare con l’altro risvolto della medaglia. Quello permeato di mistero e incertezza, con un closing ancora da definire, un comparto societario – quello della Sino Europe – del quale si ignora la sua effettiva composizione, e un ambiente dove l’incertezza regna sovrana. Inutile negare che Montella ha svolto finora un lavoro splendido, soprattutto nell’impermeabilizzare lo spogliatoio dai continui rumors provenienti da Pechino.

Fra closing rimandati e acconti, vedere comunque il Milan lottare alla pari con tutti – Juve compresa – è quasi un mezzo miracolo. Poi, logico che Donnarumma ci rifletta un po’ troppo se rimanere o meno, vista la nebulosità che regna nella stanza dei bottoni. Per non parlare del mercato, che ha visto l’ottimo Deulofeu arrivare dopo avere nicchiato per giorni, fra un Milan disposto ad accoglierlo a braccia aperte e un Everton in cui faticava a giocare. In altri tempi avrebbe risalito il Po a nuoto pur di figurare a Milanello come semplice effettivo.

Ecco, questo manca al Milan. Un futuro solido, delle prospettive concrete, fondamentali per impostare una nuova stagione utilizzando le solide basi di quella che sta raggiungendo il suo epilogo. La Fininvest, colta colpevolmente in controtempo a inizio Marzo, deve usare il pugno di ferro. Basta farsi prendere in giro da chi in Cina non gode di nessun credito – al contrario di Suning. Basta far vivere milioni di tifosi nell’incertezza, per un club che in primis vive della passione di chi lo segue giorno per giorno, che in una visione romantica del calcio rappresenta ancora oggi la vera anima, al di sopra di dobloni, petro-rubli o chi più ne ha più ne metta. Berlusconi, Galliani, Li Yonghong, a voi. Lo merita il Milan. E soprattutto ne ha bisogno una Milano che manca a questo campionato, per ritornare al top come un tempo.