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Milan, Maldini: “Mai chiesto un ruolo alla Galliani”

Maldini

Paolo Maldini, tramite un comunicato ufficiale, fa chiarezza sul no rifilato al Milan per un ritorno in rossonero.

Di seguito le parole dell’ex capitano milanista:

“Il Milan è sempre stato per me un affare di cuore e passione, la mia storia, quella di mio padre e quella dei miei figli lo dimostrano e nessuno potrà cancellare questo nostro legame con i colori rossoneri. Proprio questo forte legame mi impone di essere attento, preciso e professionale nell’accettare l’incarico che mi è stato offerto; certo, sarebbe molto più facile seguire l’emozione della proposta e dire di si, senza pensare alle possibili conseguenze e partire a testa bassa in questa nuova avventura. Invece no, non posso, devo rispettare i valori che mi hanno accompagnato durante tutta la mia vita, devo rispettare i tanti tifosi che si sono negli anni identificati in me per passione, volontà e serietà, devo rispettare il Milan e me stesso.

Vorrei chiarire alcuni concetti ai tifosi milanisti e a parte della stampa, che ha raccolto e raccontato delle notizie che spostano la sostanza della questione sull’aspetto economico, dimenticando l’importanza che io e la mia famiglia abbiamo dato al senso di appartenenza al Milan: la retribuzione è sempre stata una conseguenza dell’accordo, mai la causa. Queste notizie, tra l’altro, sono state suggerite da fonti “anonime” attraverso canali e persone che conosco da 30 anni, che mirano a screditare la mia persona per giustificare il mancato accordo. Non sono stato certo io a rompere il nostro patto di riservatezza.

Non ho avanzato richieste economiche, ho ribadito fin dal primo incontro che la definizione del ruolo fosse la chiave basilare di una possibile collaborazione. Come potrei quantificare una proposta quando non sono stabilite con chiarezza le responsabilità? Ho fatto presente che avrei dato tutto me stesso per un progetto serio che mi avesse visto in un ruolo importante, che non avrei mai accettato per essere utilizzato come “la semplice bandiera”. Lo ribadisco: il Milan per me è una scelta di cuore.

Non ho mai chiesto un ruolo “alla Galliani”, ovvero di Amministratore Delegato con pieni poteri. So quali sono le mie virtù, ma conosco ancora meglio i miei limiti; l’area di mia competenza deve essere quella sportiva.

Mi è stato proposto il ruolo di Direttore Tecnico, prima di me è stato ingaggiato un Direttore Sportivo di fiducia dell’Amministratore Delegato, quindi, secondo l’organigramma societario che mi è stato presentato, avrei dovuto condividere qualsiasi progetto, acquisto o cessione di calciatore con il mio parigrado DS. A mia precisa domanda su cosa sarebbe successo in caso di disaccordo, mi è stato detto dal Sig. Fassone che avrebbe deciso lui. Detto questo, non credo ci fossero le premesse per un team vincente. Io ho fatto parte di Squadre che hanno fatto la storia del calcio e so che per arrivare a quei risultati ci deve essere una grandissima sinergia tra tutte le componenti societarie, investimenti importanti e ruoli ben definiti. Le ultime stagioni del Milan con il doppio Amminstratore Delegato e ruoli sovrapposti dovrebbero essere d’insegnamento. Naturalmente mi sarei dovuto prendere, agli occhi dei tifosi, della stampa e della proprietà, tutta la responsabilità della parte sportiva, con la possibilità di essere escluso da ogni potere esecutivo.

Non ho mai chiesto di avere un contatto diretto con la proprietà per bypassare l’Amministratore Delegato; ho espresso la volontà di sentire dal Sig. David Han Li, Direttore Esecutivo della Sino Europe Sports, che ho incontrato solo per pochi minuti, cosa si aspettassero da me; avrei voluto ascoltare dalla sua voce quali obiettivi si fossero prefissati e quali investimenti avessero intenzione di fare. Credo che questa sia una richiesta seria che ogni professionista abbia diritto di formulare al proprio datore di lavoro, specialmente quando si ha alle spalle un passato come il mio con il club, fatto di appartenenza e di credibilità.

Spero con queste poche righe di avere chiarito la mia posizione. Rimane l’amarezza di questi giorni per un sogno che è svanito e rimangono le polemiche strumentali che non mi hanno certo fatto piacere.

Io difendo il diritto delle persone a capo di Società importanti come il Milan di poter scegliere i propri collaboratori in base ai criteri a loro più idonei, anch’io farei la stessa cosa nella loro posizione, ma ribadisco anche che i miei valori e la mia indipendenza di pensiero saranno per me sempre più importanti di qualsiasi impiego”

Montolivo-Brozovic, 2 casi di coscienza…

IL ROSSONERO SALUTA LA STAGIONE CON UN GRAVE INFORTUNIO, IL NERAZZURRO VUOLE RECUPERARE IL TEMPO PERDUTO

La parola chiave è “compassione”, viene dal latino “cum pateo”, ovvero “soffro con te”. Ci vuole forza, umiltà e coraggio talvolta per arrivare a coltivare questo stato vitale per certi versi illuminante.

E’ quello che, con modalità differenti, hanno dimostrato di avere due giocatori che finora, sulle due sponde meneghine del calcio, hanno raccolto soprattutto critiche e mugugni.

Riccardo Montolivo è approdato a Milanello all’indomani dell’ottimo Europeo disputato con l’Italia di Prandelli, quella dei muscoli di Balotelli e del cucchiaio di Pirlo. Reduce dalla contraddittoria esperienza fiorentina, il centrocampista bergamasco fin dalla prima seduta agli ordini di Allegri, voleva dimostrare di non essere un mezzo giocatore, mai uscito dal limbo che appartiene a chi avrebbe le doti ma non il carattere per esprimerle.

Fin lì la sua carriera è stata contraddistinta da alti e bassi: ottima tecnica, gran tiro, bravo nel fraseggio breve ma non dategli le chiavi del gioco per carità. Non tiene “cojones” per trascinare un gruppo, per dettare i ritmi di gioco e per inventarsi nuove idee di sviluppo della manovra. Troppo ordinario per essere un 10, troppo bravo per fare il mediano. La posizione di mezz’ala è stata il giusto compromesso trovato da Prandelli a Firenze (e di conseguenza anche in azzurro) per farlo rendere al meglio, e a tratti c’è persino riuscito.

Ma Milano non è Firenze, altro pedigree, altre aspettative; e soprattutto altro Milan, che in quell’estate ha salutato quasi tutta la vecchia guardia, rendendo orfano uno spogliatoio bisognoso di senatori, prima che di piedibuoni. E il suo percorso in maglia rossonera è stato pieno di insidie, con la disapprovazione costante di un pubblico desideroso di vedere “hombres verticales” mentre lui aveva una visione del calcio troppo “orizzontale” per poter entrare nel cuore dei tifosi. Neanche da recuperatore di palloni, grazie al lavoro fatto da Mihajlovic, è servito per fare breccia. Come se quel destro vellutato fosse fin dal principio la sua condanna, invece che la sua arma di redenzione.

Montella, mettendolo in mezzo al campo, lo ha esposto al pubblico ludibrio di chi è incapace di innamorarsi del gregariato applicato al football. C’è fame di vittorie, la nostalgia per i tempi che furono fa sragionare, e il nostro, sostituito dall’imberbe Locatelli, sapeva che per lui ci sarebbe stato parecchio da lavorare. Locatelli segna, piange e fa esplodere San Siro dopo una vittoria miracolosa contro il Sassuolo; lui torna nel limbo per risalire la china.

Poi, in Nazionale, il crack contro la Spagna. E tutto finisce. O forse no, perchè viene fuori il lato mai emerso di Montolivo, che da vero capitano affronta col piglio del leader i soliti guerrieri da tastiera che affollano la piazza dei social, vomitando bestialità e cattiverie gratuite.
E lui risponde con una “carezza” simbolica, quasi a compatire quel vuoto di cultura sportiva che purtroppo caratterizza le chiacchiere da bar e da curva, figlie più di sportivi da poltrona che da spogliatoio.

Idealmente, la fascia di capitano del Milan, Riccardo Montolivo l’ha indossata davvero per la prima volta proprio in quest’occasione.

Marcelo Brozovic, invece, ha peccato per troppo carattere. Facile con quel talento, direte voi. Difficile da inserire in un quadro tattico piuttosto confuso, com’è l’Inter di quest’ultimo lustro, finora la sua avventura nerazzurra è stata un mezzo flop.

Arrivato, come il suo connazionale Kovacic (altro mistero buffo…) con la fama del predestinato, ha finito per impantanarsi nelle pastoie di un progetto di squadra che Roberto Mancini non è stato in grado di tradurre in moneta sonante.

Il buon Marcelo ci ha messo del suo, con quell’indolenza di chi è annoiato dal proprio talento; figuriamoci poi se gli si chiede di correre per fare legna a centrocampo. Pura eresia per questo croato, figlio di una nazione che ha prodotto geni espressi a metà in serie, e quindi non è altro che uno dei tanti che fin qui ha giocato quasi per fare un favore all’allenatore di turno. Magari strappando qualche applauso alla platea, un buffetto del presidente giusto per giustificare la bontà dell’investimento fatto, e poi fine.

Con Franck De Boer si capisce subito che l’aria ha assunto altre fragranze, più acri, meno stantìe. Il progetto dell’Inter in salsa cinese è ad uno stadio embrionale, ma il tecnico olandese, che ha una visione del calcio più umana piuttosto che figlia delle alchimie da lavagna, vuole subito dare un’identità alla sua squadra.

Zero condizionamenti causati da contratti faraonici, disciplina sul campo e regole comportamentali ferree.

Kondogbia ne ha fatto le spese dopo i tragicomici 28 minuti col Bologna, come a dire “Ma chi avete preso?”. Ma ancor più scalpore è il cappello da somaro appioppato al pessimo Brozovic nella serata di Europa League contro l’Hapoel, autore di una prestazione che faceva pendant con la divisa stile Sprite esibita dall’Inter, e culminata col gesto di disapprovazione a reti unificate al momento della sostituzione.

De Boer, da bravo calvinista, non difetta in pragmatismo. Vai dietro la lavagna Marcelo, e rifletti!

Sembra l’epilogo di una storia dai contorni grotteschi, invece dopo circa un mese, fra una vittoria miracolosa contro la Juve e un’altra eurofiguraccia in coppa a Praga, sembra che, forse forse, anche per Brozo si possa scrivere una nuova storia. In nazionale, nelle qualificazioni mondiali, ha sciorinato giocate di gran classe, anche se gli avversari (Kosovo e Finlandia) non erano d’ élite. In un’Inter a caccia di equilibrio in mezzo al campo, un Brozovic più votato al gioco d’assieme, più in sintonia con le esigenze di un tecnico che vuole responsabilizzarne il talento, sarebbe una risorsa in più.

Football Legend Holly & Benji

Holly & Benji, eroi dei più piccoli…

Il 1986 è stato un anno intenso dal punto di vista calcistico, all’estero come in Italia: l’Argentina vince il suo secondo titolo mondiale guidata da un maestoso Diego Armando Maradona, in Europa la Steaua Bucarest vinse, a sorpresa, la Coppa dei Campioni ai rigori contro il Barcellona, il Pallone d’oro fu vinto a dicembre, a sorpresa, dal sovietico Igor Belanov sul capocannoniere del Mondiale messicano Gary Lineker, mentre in Italia si assistette all’ultimo scudetto della Juventus di Trapattoni (che avrebbe atteso altri nove anni per tornare a vincere) e la stessa Juve stava iniziando a preparare l’addio a Michel Platini che avrebbe lasciato i bianconeri (ed il calcio) al termine della stagione successiva.

Il 19 luglio 1986 era un lunedì e quel giorno, anzi quel pomeriggio, i ragazzi italiani scoprirono un cartone che li avrebbe segnati (nel bene) per sempre. Fino ad allora i cartoni “da maschio” trattavano robot, mostri e violenza (Ufo Robot, Mazinga, Jeeg robot d’acciaio e Daitarn 3 per citare i più famosi), mentre per le bambine si spaziava da Heidi ad Anna dai Capelli Rossi, da Bia la sfida della magia a C’era una volta Pollon e Candy Candy. Per la prima volta però veniva trasmesso il primo cartone giapponese su una tematica cara agli italiani: il calcio. Ad idearlo, giovanissimo disegnatore Yōichi Takahashi.

FENOMENOLOGIA DI UN SUCCESSO GIA’ SCRITTO

Il 19 luglio 1986, su Italia 1, andò in onda la prima puntata di “Holly & Benji”. La sigla italiana originale era cantata da Paolo Picutti ed il primo episodio si intitolava “La grande sfida”. Un successo clamoroso senza precedenti, tanto che ancora oggi ogni qualvolta che in televisione passano le vecchie puntate, i ragazzini di allora, oggi diventati padri, fanno vedere ai propri figli le gesta di Oliver Hutton, Benji Price, Mark Lenders, Tom Becker: giocavano a calcio su campi lunghi chilometri, con palle tirate fortissimo e con i portieri che per parare saltavano da un palo all’altro durante una partita che durava almeno tre puntate.

Nato come manga spokon (sportivo) nel 1981, le vicende dei due ragazzini in Giappone nel 1983 divenne un anime (cartone) di 135 puntate e tre anni dopo sbarcò in Italia. Ad oggi sono usciti cinque manga, sette manga speciali, quattro anime, cinque film, diversi viodegiochi, ma in Italia sono note tre delle quattro serie di cartoni: “Holly e Benji, due fuoriclasse”; “Che campioni Holly e Benji!!!” e “Holly e Benji Forever”. In particolare le prime due, con le famose sigle di Picutti, Cristina d’Avena e Giorgio Vanni.

La domanda che viene subito in mente è: calcio e Giappone, dove è il nesso? Questo è vero, il calcio in Giappone in quei tempi non era per nulla seguito, ma i disegnatori nipponici, trainati dal successo del Mondiale argentino del 1978 e di quello Under 20 tenutosi in Giappone (vinti entrambi dall’Argentina) decisero di cambiare l’oggetto dei loro cartoni: basta robot, guerra e violenza, si dedicarono al calcio, con la speranza che un domani avesse potuto attecchire anche nel paese del Sol levante. Ed il successo dell’anime fu clamoroso, i bambini giapponesi si innamorarono di quello “strano” sport. Tanti calciatori giapponesi (uno su tutti, Hidetoshi Nakata), si avvicinarono al calcio dopo aver letto il manga e visto l’anime di “Holly e Benji”. E l’amore verso questo nuovo sport toccò l’apice con la prima storica qualificazione della Nazionale nipponica ai Mondiali francesi del 1998, quattro anni dopo lo stesso Giappone e la Corea del Sud organizzarono il primo Mondiale congiunto ed il primo Mondiale disputato a quelle latitudini.

Nel quartiere dove è nato Takanashi, Katsushika Ku, qualche anno fa sono state realizzate delle statue raffiguranti Holly, Benji e gli altri protagonisti della serie, oggi sono luoghi di culto per chi ha seguito ed amato il manga e l’anime.

Il cartone è incentrato sulla figura di due bambini che hanno delle doti balistiche da campionissimi, nonostante siano appena “decenni”: Oliver Hutton detto Holly (Tsubasa Ozora nell’originale) e Benjamin Price detto Benji (Wakabayashi Genzo nell’originale). Il primo è figlio di un capitano della marina e di una casalinga, mentre il secondo è figlio di una coppia agiata della città. Entrambi amano alla follia il gioco del calcio. Holly ha un sogno: vincere il Mondiale sulle orme della Nazionale italiana vincitrice l’anno prima in Spagna.

I due hanno caratteri diametralmente opposti: simpatico, socievole e sempre disponibile Hutton, introverso, severo e antipatico Price. I due sono i leader delle due squadre delle elementari della cittadina di Fujisawa (esistente davvero), la Newppy e la Saint Francis.

Oliver nonostante l’età aveva del potenziale da grandissimo giocatore, capace di svolgere tutti i ruoli in campo e riuscendo sempre a risolvere situazioni difficili. La madre decise di andare a vivere nella città al centro del Giappone per accontentare la voglia di calcio del figli. Oliver si sarebbe iscritto alla scuola Saint Francis, privata e con una squadra di calcio tra le più forti del paese ma, dopo aver conosciuto i simpatici ragazzini della Newppy, pubblica e con una squadra davvero scarsa, decide di iscriversi da loro così da poter sfidare una volta per tutte Price. E l’ingresso in squadra (e in classe) di Hutton darà fiducia all’intera squadra.

Benji è forte, sicuro di se, carismatico e imbattuto e la sua imbattibilità terminerà proprio per mano di Hutton. E la sfida arriverà proprio il primo pomeriggio dell’arrivo di Holly in città: la Newppy e il Saint Francis stavano litigando per il campo e il giovane portiere disse che se uno fra un giocatore di rugby, pallamano e baseball gli avesse segnato avrebbe ceduto il campo. Benji parò tutti e tre i tiri, ma nulla potè contro il tiro di testa di Holly “servito” da Roberto Sedinho. Holly aveva segnato dopo aver preso l’incrocio dei pali dopo aver scartato l’intero Saint Francis.

Fra i due nascerà una forte rivalità che terminerà con l’ingresso dei due nella New Team, la squadra creata ad hoc per affrontare le qualificazioni al campionato nazionale nella zona della prefettura di Shizuoka comprendendo i più bravi di Newppy e Saint Francis. E la “scarsa” Newppy, grazie al suo numero 10, vinse il torneo interscolastico.

HOLLY, BENJI ED UNA CARRELLATA DI RAGAZZINI FENOMENALI CON IL PALLONE

La nuova squadra comprendeva i vari Harper, Alan Crocker, Paul Diamond, Johnny Mason, Ted Carter, Jack Morris con in attacco la coppia Hutton-Becker ed in porta il fenomenale Price.

E proprio con il torneo regionale nascerà la sfida con l’eterno rivale di Hutton, Mark Lenders, capitano della Muppet. Lenders, ancora più che Price, era l’antitesi di Holly: cattivo, spietato, orgoglioso, dotato di una forza incredibile per l’età che aveva, arrogante ma anche forgiato dai problemi della famiglia, poiché ne era il capo. Aiutava la madre a far vivere decorosamente tutta la famiglia e usava il calcio come valvola di sfogo: voleva vincere la borsa di studio che gli avrebbe permesso di lasciare la città per non gravare sulla stessa famiglia. Sapeva di essere inferiore tecnicamente a Hutton e questo gli ha sempre dato la carica per cercare di vincere contro di lui, non riuscendoci però mai. Negli anni delle medie, le tre finali del torneo vedono la New Team affrontare per tre volte la Toho (nuova squadra di Lenders), vincendo le prime due e pareggiando 4 a 4 l’ultima, decidono poi di assegnare il premio ad entrambe.

Durante i vari tornei, Holly e Benji affrontarono altre squadre guidate ognuna da ragazzini con grosse abilità tecniche: dalla Toho (“evoluzione” della Muppet) di Lenders, della sua “spalla” Danny Mellow ed il funambolico portiere capelluto Ed Warner, alla Hot Dog dei gemelli James e Jason Derrick, dalla Norkfoldk di Teo Sellers alla Mambo di Julian Ross, dalla Flynet di Philip Callaghan alla Otomo di Patrick Everett, dalla Artic di Ralph Peterson alla Hirado di Clifford Yuma. Insomma, una sorta di generazione d’oro di fenomeni anche se sotto forma di disegni animati.

Spiccavano per particolarità i gemelli Derrick e Julian Ross: i primi due per segnare compivano la “catapulta infernale” ed il “tiro combinato”, mentre il secondo aveva il numero 14 come Johan Cruijff (idolo di Yōichi Takahashi), più forte anche di Hutton, ma con serissimi problemi cardiaci che non gli permisero di giocare al 100% della condizione anche se con intelligenza tattica.

La serie prosegue con il torneo di Parigi, dove il Giappone affrontò i pari età mondiali, sconfiggendo in finale la Germania del fortissimo Karl Heinz Schneider, eliminando nell’ordine Italia, Argentina, Francia e, per l’appunto, la Germania. Holly e Benji in questa sorta di Mondiale di categoria dove la Nazionale giapponese affrontarono i vari “Hutton” nazionali: Dario Belli, Jorge Ramirez,Pierre Le Blanc e lo stesso Schneider.

Nelle serie successive (manga e anime) i giovani protagonisti diventano professionisti e vanno a giocare in Brasile ed in Europa.

Il cartone è stato anche particolare per molti personaggi che hanno girato intorno alle vicende: da Roberto Sedinho (una sorta di Zico ritiratosi dal calcio giocato dopo un fortuito incidente di gioco dove rischiò di perdere la vista e che volle fare in modo che il giovane Oliver diventasse il giocatore più forte del Mondo ed andare a giocare con lui in Brasile) a Patty Gatsby (accesissima tifosa con la fascia in fronte, la bandiera in mano e sempre pronta a tifare per Holly, sposandolo anni dopo) e Arthur Foster (il giocatore più scarso di tutta la serie passato subito sugli spalti a tifare) e da Jeff Turner (allenatore personale di Lenders, antitesi di Sedihno, perennemente ubriaco, rozzo e con le ciabatte ai piedi). Per non parlare delle due particolarità che hanno sempre incuriosito gli spettatori: gli stadi strapieni per vedere giocare dei bambini e un telecronista (doppiato da Sergio Matteucci) che non aveva nulla da invidiare ai telecronisti televisivi per stile e passione.

Ma sia il manga come l’anime traboccano di valori molto importanti come l’amicizia, il rispetto reciproco, la devozione verso il pallone che per Holly doveva essere “amico” di tutti, il gioco di squadra con sprazzi di individualità sprezzanti, cattivi che diventano buoni, alto senso del sacrificio e determinazione negli allenamenti come nelle partite, anche se esasperato, tanto da rischiare la vita (vedasi la vicenda di Ross) o subire infortuni (le mani insanguinate di Crocker dopo aver cercato di parare il “tiro della tigre” di Lenders o lo stesso Holly che, da buon protagonista, per di aiutare i suoi compagni, gioca con una gamba malconcia).

Questo è stato “Holly & Benj”, un semplice cartone che con i suoi insegnamenti e le sue incredibili vicende ha cambiato un’intera generazione di bambini che ancora oggi si ricordano a memoria le sigle e le canticchia e che si è immedesimata al parchetto o all’oratorio nelle vicende calcistiche della serie sfidandosi e cercando di copiare i colpi visti in televisione.

Roma, contro il Napoli squadra confermata

Calciomercato Roma

Spalletti conferma contro il Napoli gli stessi undici visti contro l’Inter.

Il vecchio detto e’ sempre attuale almeno per Spalletti, squadra che vince non si cambia, quindi contro il Napoli vedremo lo stesso undici iniziale del match contro l’Inter.

Domani dovrebbero rientrare gli ultimi nazionali impegnati nelle partite di qualificazione per il Mondiale 2018, oggi Nainggolan e Rudiger hanno lavorato con il gruppo, mentre mario Rui ha lavorato a parte. Nel pomeriggio a Trigoria prevista la seconda sessione di allenamenti.

Per Domenica, quindi, la formazione sembra gia’ fatta con Szczesny in porta, linea difensiva composta da Bruno Peres, Fazio, Manolas e Juan Jesus, a centrocampo De Rossi e Strootman, Salah, Florenzi e Perotti a supporto di Dzeko.

Sono da valutare le condizioni di Nainggolan, mentre El Shaarawy e’ in ballottaggio con Perotti, con l’argentino al momento favorito.

Gabbiadini era ad un passo dal Leicester

Ranieri

Ranieri era ad un passo da Gabbiadini nella scorsa finestra di calciomercato.

Viene fuori un interessante retroscena di calciomercato, Ranieri nelle ultime ore del calciomercato appena concluso era ad un passo dal tesserare Manolo Gabbiadini per una cifra che si aggirava intorno ai 30 milioni di euro.

Il 24 enne giocatore del Napoli avrebbe pero’ declinato l’offerta in quanto la sua volonta’ era quella di restare nella citta’ sotto il Vesuvio.

Ranieri avrebbe cosi’ virato sul giocatore dello Sporting Lisbona Slimani acquistato sborsando 28 milioni di sterline.