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Hamilton: “Voglio mettere il mio sigillo anche in Messico”

Hamilton
Hamilton - ph KeyPress

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Nemmeno il tempo di festeggiare la vittoria del titolo iridato, che Lewis Hamilton già pensa alla prossima gara. Rilassarsi? Non se ne parla. Il britannico non vuole lasciare nulla ai suoi avversari neppure nel rientrante GP del Messico.

Queste le sue parole: “Il GP del Texas è stato cosi caotico e pazzesco che mi sono reso conto di avercela fatta soltanto dopo aver tagliato il traguardo. A dire la verità non ho ancora realizzato bene di aver vinto il campionato. Sono ancora carico di energie ma ho bisogno di tutto il calore del pubblico latinos. L’ obiettivo è vincere in Messico ed indossare il sombrero sul podio”.

Un mito chiamato Giacinto Facchetti

Facchetti

Nasceva il 18 luglio 1942 a Treviglio, nella bassa bergamasca, terra di cui porterà sempre le qualità tipiche: quella “tenacia, affidabilità e l’incapacità di parlare a vanvera” come disse di lui il giornalista Beppe Severgnini, noto tifoso interista, è vero, ma non c’è mai stato bisogno di tifare Inter per riconoscere l’immensità di un giocatore che in punta di piedi ha fatto la storia del calcio italiano e non solo. Unico per eleganza anche nell’impetuoso dinamismo, arcigno ma di rara correttezza (solo un’espulsione in carriera, per un applauso ironico al direttore di gara in un Inter-Fiorentina del 1975), se chiederete ad un qualsiasi nonno italiano chi fosse il “terzino perfetto” vi risponderà “Giacinto Facchetti“. Anche di fronte ad una sovrapposizione di Maldini o un inserimento di Roberto Carlos, sottolineerà sempre come quelle cose le abbia inventate il Giacinto, il capitano, quel carrilero col numero 3 che si è mangiato le fasce sinistre italiane ed europee per tutti gli anni ’60 e quasi tutti gli anni ’70.

Il nerazzurro nel destino: perché se non era Inter, sarebbe stata Atalanta. Viene notato, talentuoso attaccante di provincia alla Trevigliese, da Helenio Herrera nel 1960. Il Mago batte la concorrenza dell’Atalanta e si aggiudica il diciottenne Giacinto, poi gli arretra la posizione. Giusto di qualche metro, dal centro dell’attacco alla fascia sinistra di difesa. E poi? E poi nel maggio 1961 Herrera entra nello spogliatoio della primavera, guarda i ragazzi in piedi di fronte a lui e avverte quel ragazzone con la faccia da bambino “Facchetti? Tu vieni con me a Roma domenica”. Inizia il mito di Facchetti il 21 maggio 1961, quando a Roma deve marcare uno come Ghiggia, al tramonto della carriera sì, ma uno che, per intendersi, ha ammutolito il Maracanà nel dramma sportivo del 1950. Le cronache raccontano di una prestazione non perfetta di Giacinto ma Herrera sapeva di aver trovato la colonna portante della sua Inter negli anni a venire. Gioca altre due partite in quel finale di stagione Facchetti, e segna un gol, perché a lui piaceva segnare, da attaccante nelle giovanili della Trevigliese esattamente come da terzino in Serie A.

Quando Herrera ha deciso una cosa, difficilmente sbaglia. E così Facchetti diventerà cardine, poi colonna, poi stella, quindi leggenda di un’Inter che vinceva tutto. In 634 partite vince 4 scudetti, 2 Coppe Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 1 Coppa Italia. Con le bombe di Jair, la classe di Mazzola, la fantasia di Suarez, il sinistro di Mariolino Corso, la ruvidezza di Burgnich, ma la fascia da capitano era saldamente al braccio di quel numero 3, che un secondo prima sta recuperando un pallone decisivo nella propria area di rigore e magari due secondi dopo sta esultando, con la solita compostezza, magari semplicemente alzando le braccia al cielo, anche se è una semifinale di Coppa dei Campioni contro il grande Liverpool. Lo ha fatto 78 volte in carriera, 75 in maglia nerazzurra, 3 volte in maglia azzurra: record di reti in Serie A per un difensore e primo ad andare in doppia cifra (1965-1966, 10 reti). E anche quando i campioni della Grande Inter passano ed appassiscono, lui rimane sempre lì, da terzino o da libero, fino al 17 maggio 1978 quando saluta e va via, si sfila la fascia da capitano, ringrazia Bearzot per la convocazione all’imminente Mondiale ma declina e si ritira. Però nel ’78 era difficile immaginarsi una Nazionale senza Facchetti dopo circa 15 anni e 94 presenze e allora farà il dirigente accompagnatore, con la consueta umiltà.

La Nazionale, l’altro amore di Facchetti: capitano anche lì perché leader si nasce, eletto unanimemente per doti morali, affronterà da protagonista tutti gli eventi dell’Italia calcistica dal 1963 al 1977. Dall’Europeo vinto in casa nel 1968 (era già lui il capitano, che assistette al lancio della monetina che ci mandò in finale) al 4-3 con la Germania, mettendo la faccia e rialzando(si) anche quando un dentista coreano ci gettò nella polvere nel 1966. Un altro grande capitano, come Cannavaro, lo definì “il capitano dei capitani” e probabilmente aveva ragione: quel Cannavaro che alzò l’unica coppa che Facchetti non ebbe mai la possibilità di sollevare, nel 2006.

E nel 2006 Giacinto ci lascia, in punta di piedi, ma senza mai far morire il ricordo di sé: in ogni sgroppata sulla fascia, in ogni gol di un terzino, nell’incapacità di infastidirsi e perdere la propria determinata mitezza , nell’eleganza, nella classe, nel carisma di un uomo e di un giocatore ci sarà sempre Giacinto Facchetti, il gentilhomme col numero 3 e la fascia al braccio.

Allegri e una panchina che scotta, in ritiro per il riscatto

Allegri

Tra la stagione 2011/2012 (la prima con Antonio Conte in panchina) e la scorsa (la prima con Max Allegri al timone) la Juventus perse solo dieci partite di campionato. Questa stagione, in appena dieci giornata, la Vecchia Signora ne ha giù perse quattro. E quella di ieri sera, contro un Sassuolo ben messo in campo ma per nulla pericoloso, è stata sicuramente la sconfitta del verdetto finale: la Juventus quest’anno non lotterà per la vittoria del titolo.

Dopo dieci turni, la capolista Roma ha undici punti in più dei bianconeri ed il terzo posto che varrebbe l’accesso ai preliminari di Champions League ne dista nove e davanti a Buffon e compagni ci sono troppe squadre sulle quali fare la rincorsa. Al termine del torneo mancano ancora 28 partire, ma il solco sembra già tracciato: a fine ottobre, i bianconeri devono limitarsi a…limitare i danni. La Juventus non perdeva quattro delle prime 10 partite di campionato dalla stagione 1987/88 sesto posto a fine stagione e qualificazione Uefa grazie allo spareggio con il Torino) e mai finora nessuna squadra con 12 punti alla decima giornata ha vinto il tricolore a maggio.

Perdere una partita fa parte del gioco del calcio, ma i quattro “zero punti” incassati dai bianconeri ha un dato tremendo: l’avversario segna al primo tiro in porta e, nonostante la verve, la Juve non riesce a recuperare lo svantaggio. La punizione (strepitosa) di Nicola Sansone ha rappresentato la quinta volta che i bianconeri hanno preso gol al primo tiro in porta dell’avversario (Udinese, Chievo, Frosinone Bologna  in precedenza).

L’attacco bianconero ha sin qui segnato undici reti e la difesa ne ha incassate nove: Dybala, Zaza, Morata e Mandzukic hanno segnato in quattro sette reti, con l’argentino da solo a quota quattro; il centrocampo fino alla scorsa stagione era uno dei più forti e completi dell’intero panorama calcistico europeo mentre ora è persin difficile che parta con i titolari dal primo minuto e non ha mai inciso come dovrebbe; la difesa, non più invulnerabile come sempre, ha avuto nell’espulsione di ieri sera di Giorgio Chiellini l’immagine emblematica di una squadra in crisi di risultati, forma ed identità. L’ultima volta che il “Chiello” è stato espulso risaliva alla stagione 2007/2008.

Capitan Gianluigi Buffon, a fine partita, è stato un fiume in piena, sostenendo che il primo tempo lo ha lasciato sbigottito ed è ora che la squadra (lui compreso) prenda le proprie responsabilità sulla posizione in classifica (dodicesimo posto in compagnia del ChievoVerona con il Frosinone dietro di soli due punti) ed inizi a capire che di questo passo non si può continuare e lui non ha voglia di fare “figure da pellegrini”.

Allegri si è preso (ed è giusto così) tutte le colpe e ha deciso che da oggi fino al delicato match di sabato pomeriggio alle ore 18 (che il caso ha voluto fosse il derby contro un Torino oggi nono e con tre punti in più dei cugini) la squadra andrà in ritiro a Leinì. La Juventus ha oggi ha due problemi di fondo: pecca di personalità e l’attacco non punge, anzi fa il solletico all’avversario, come detto.

I giocatori che stanno deludendo più di tutti sono due giocatori che, vista la loro caratura, avrebbero dovuto trascinare la Juventus, Paul Pogba e Mario Mandzukic: il francese è l’ombra del giocatore che in estate tutta l’Europa voleva a suon di milioni di euro, non è il leader che tutti credevano fosse e finora ha segnato un solo gol nonostante sia uno di quelli che abbia tirato di più in porta; il croato pare un anima persa in attacco in attesa che arrivi il cross giusto per metterla dentro. L’attuale numero 17 è come David Trezeguet (anche lui aveva il 17), solo che con il francese in avanti i cross fioccavano da destra e a manca ed il francese era un cecchino, mentre l’ex Atletico Madrid pare ancora in fase di rodaggio, nonostante l’esperienza a livello europeo.

Ieri sera non hanno giocato né Marchisio né Khedira e sicuramente la loro presenza in campo si sarebbe fatta sentire. Ma le riserve cosa hanno fatto? Sturaro ci mette l’impegno, ma come per Lemina, non è da partite da recuperare, mentre in avanti la Juve ha preso un altro ritmo con l’ingresso di Zaza e Morata, ma era troppo tardi per recuperare, nonostante il Sassuolo si sia chiuso ancora di più nella propria trequarti. Ed i sette minuti di Hernanes sanno tanto di bocciatura anticipata del giocatore.

Ora la palla passa ad Allegri: servirà questo ritiro ad una squadra in cerca di se stessa? Sabato c’è un delicatissimo derby e poi ci sarà la Champions con la trasferta di Mönchengladbach. Lui spera di sì e come lui lo sperano tutti i tifosi bianconeri. Loro però a Natale il panettone lo mangeranno, mentre Allegri, se continua di questo passo, potrebbe fare dieta.

ph: Morini/Komunicare

Milan, Alex – Romagnoli è la coppia giusta

Romagnoli

Finalmente una vittoria senza subire gol per i rossoneri. Mancava da molto tempo, perché dall’inizio della stagione gli uomini di Mihajlovic avevano sempre subito almeno 1 gol in campionato. Ed eccola che arriva con quest’altra vittoria, la continuità, quella tanto smarrita in Casa Milan negli ultimi mesi. Merito anche di una coppia difensiva (forse quella giusta) molto complice, Alex – Romagnoli, sembrano essere loro i difensori centrali giusti per questo Milan.  La crescita è stata evidente sia contro il Sassuolo, dove il Milan non ha subito nulla ad eccezione della punizione di Berardi, e nella recentissima uscita contro il Chievo. La società rossonera aveva chiesto almeno 7 punti nelle gare contro Torino, Sassuolo e Chievo e 7 punti sono effettivamente arrivati. Ora la panchina di Sinisa sembra essere molto più salda rispetto a 2 settimane fa.

Tre le notizie che emergono dal collegamento di Carlo Pellegatti a Sportmediaset: “Clima disteso a Milanello, Niang ha svolto tutta la seduta di allenamento con il resto del gruppo, sarà sicuramente in panchina con la Lazio, possiamo considerarlo recuperato. Da capire le condizioni di Abate che non ci sarà a Roma, il terzino è uscito ieri dal campo contro il Chievo per un problema muscolare alla coscia. Contro la Lazio potrebbe esserci ancora Donnarumma tra i pali”.

Lazio, Pioli: “Bisogna reagire subito”

Pioli

Subita l’ennesima impresa di Edy Reja il quale, da ex, infligge alla Lazio una rimonta che sa di beffa e che non consente ai biancocelesti di guadagnare i tre punti che l’avrebbero portata a coabitare la seconda posizione insieme a Inter, Napoli e Fiorentina. La rimonta subita dalla formazione laziale che fino alla metà della secondo tempo era in vantaggio e addirittura fino a una manciata di secondi dal termine riusciva ancora a mantenere il pareggio, la costringe a rinunciare al ritorno alla vittoria in trasferta.

Così Pioli dopo la gara: “Abbiamo commesso troppe ingenuità, l’Atalanta nel secondo tempo è rientrata in campo con grande aggressività e ci ha messi in crisi, ma noi avremmo dovuto essere più reattivi. Quando si fanno certi errori non c’entra giocare in casa o in trasferta. I numeri dicono che dobbiamo migliorare anche nelle piccole cose che, in gare come quella di questa sera, fanno la differenza.”

Domenica, all’Olimpico, arriva il Milan, reduce da due vittorie consecutive: “Sarà una gara complicata. Ma noi vogliamo subito riprenderci. Sarà fondamentale ricaricare le pile e dare il massimo”.