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F1 Gp Sochi: Hamilton punta al titolo

Hamilton
Hamilton - ph KeyPress

Hamilton

Sta per partire il week-end che vede il circo della Formula 1 impegnato nel GP di Sochi. La cittadina russa che ospitò le scorse olimpiadi invernali darà vita al quart’ultimo GP stagionale. Gara che quasi sicuramente vedrà il trionfo nella classifica costruttori della Mercedes, alla quale bastano soltanto 3 punti per aggiudicarsi il secondo titolo di fila. Nonostante ciò Niki Lauda vola basso, temendo una controprestazione simile a quella vista a Singapore: “Il campionato non è finito. Temo l’ asfalto di Sochi, molto somigliante a quello di Singapore. Non sarà per niente facile, bisogna lavorare tanto per essere competitivi”.

Dello stesso avviso anche Paddy Lowes, direttore tecnico Mercedes: “L’ anno scorso fu una gara insidiosa dato che si correva a Sochi per la prima volta. Sull’ asfalto fresco la reazione dei pneumatici fu inusuale. Quest’ anno le condizioni, con l’ asfalto di un anno piu’ vecchio, vedremo cosa potrà succedere. Andiamo in Russia preparati ad ogni accadimento”.

Intanto Lewis Hamilton si concentra in vista degli ultimi appuntamenti. Il britannico potrebbe diventare campione già ad Austin. Queste le sue parole: “A Suzuka è stato tutto fantastico. I ragazzi del team hanno lavorato benissimo ed i successi li meritano anche loro. Il circuito di Sochi mi piace, è lungo e con tratti interessanti dove si può sorpassare. Mi aspetto molto piu’ pubblico rispetto alla prima edizione del 2014, spero di fare il bis”.

Infine, sembra stia per terminare il regno di Bernie Ecclestone a capo della Formula 1. Secondo quanto rivelato dalla BBC il manager 84enne potrebbe vendere addirittura in questi ultimi mesi del 2015 ad uno dei tre diretti interessati. In pole position sembra esserci Stephen Ross, proprietario dei Miami Dolphins, squadra di football americano.

ph: Komunicare.it

Berlusconi racconta il suo Milan

Berlusconi

Domenica sera, Silvio Berlusconi ha visto Milan-Napoli ad Arcore insieme a Matteo Salvini, leader della Lega Nord e grande tifoso milanista, che nella giornata di ieri ha raccontato di un presidente rossonero molto arrabbiato per la sconfitta contro la squadra di Sarri, soprattutto pensando ai tanti soldi messi questa estate per la campagna acquisti. Il serbo ha avuto un colloquio telefonico con Berlusconi, nel quale ognuno ha chiarito i propri punti di vista.

Nella giornata di domani, uscirà in libreria la biografia di Silvio Berlusconi, scritta da Alan Friedman (il titolo è “My way”). Il presidente rossonero ha parlato di tutto, anche di Milan e di cosa significhi per lui il club milanista: “Il vero significato del Milan per me è che mi ricorda l’infanzia, mi ricorda mio padre. Ne parlavamo quasi ogni sera, quando lui tornava dal lavoro. Quando mi chiedeva della scuola e dei compiti, io cercavo subito di indirizzare la conversazione sul Milan. A quell’epoca non era un grande club, non vinceva mai niente. Ma in qualche modo mi proiettavo in quella squadra. Mi identificavo con i singoli calciatori. Fantasticavo. Così quando nel 1986 mi proposero di comprarla, pensai subito a mio padre, e mi decisi. Comprai il Milan anche per questo”.

L’edizione odierna della Gazzetta dello Sport riporta poi altre anticipazioni di questa biografia, come per esempio quella che riguarda la famosa questione delle formazioni dettate agli allenatori: “Ho mai dettato una formazione? No. Ne ho suggerito una? Certo. Molto spesso. Discuto sempre con i miei allenatori, parliamo della formazione e di ciascun calciatore prima di ogni partita. Certe volte non sono d’accordo con l’allenatore, e in questi casi vince sempre lui. Così non ho mai abusato della mia posizione di proprietario e presidente del club. Non ho mai tentato di essere superiore al coach. Dopo tutto, è lui il responsabile dei risultati della squadra. Con Sacchi, per esempio, abbiamo inventato la formula di un Milan che avrebbe sempre comandato il gioco, abbiamo inventato una squadra che si sarebbe sempre divertita a giocare, che avrebbe rispettato gli avversari e per questo sarebbe stata applaudita dai suoi tifosi. Ecco, credo che adesso questo concetto sia ormai un elemento fondamentale del Dna del Milan”.

Sullo stile Milan: “Lo stile Milan è un comportamento sempre corretto, in campo e fuori dal campo. Significa essere leali nei confronti degli avversari, evitare reazioni eccessive e mantenere la calma qualunque cosa succeda. E significa anche un certo modo di presentarsi. Oggi, per esempio, ci sono giocatori coperti di tatuaggi o con strane pettinature. Ai miei tempi, mi spiace usare quest’espressione, io controllavo perfino il nodo della cravatta, prima che un calciatore si presentasse a fare una dichiarazione in tv. Quali giocatori del mio Milan ho sempre nel cuore? Dei vecchi giocatori di quando ho cominciato la mia missione nel Milan io ho soprattutto nel cuore Maldini e Baresi”.

Juve e i dubbi su Pogba

Pogba

Con il rientro di tutti i giocatori dai vari infortuni, il giocatore francese potrà finalmente rifiatare, complici anche le non esaltanti prestazioni ad eccezione di Genova e Manchester. Allegri in questi dieci giorni cerchera’ di portare al top Marchisio ed Asamoah, cosi’ da avere ampie scelte a centrocampo; ad oggi l’unico intoccabile è Khedira che è rientrato ed in due match ha fatto vedere cose egregie. Al rientro dalle nazionali, si cercherà di lavorare su Pogba, che se ritornasse quello dell’anno scorso sarebbe insostituibile nel centrocampo bianconero, come in qualsiasi altra squadra.

Con un tridente d’attacco assai offensivo occorre però ripensare ad un centrocampo fisico, oltre che saggio a livello tattico. Quindi, Marchisio rioccuperà il ruolo di regista, con il tedesco alla sua destra. A sinistra potrebbe invece cambiare qualcosa. Pogba ha esaurito il massimale di pazienza e senza una crescita di rendimento si accomoderà presto in panchina. Asamoah è un ottimo regista se in condizione, quindi la concorrenza in mezzo al campo a breve sarà sempre più serrata.

Altro giocatore da portare al top. Considerato anche l’investimento è Alex Sandro, L’ex Porto in questo avvio di stagione ha faticato a ritagliarsi spazio anche per vie delle ottime condizioni e prestazioni di Patrice Evra. L’obiettivo è portare Alex Sandro al top per la sfida contro l’Inter.

Il Mondo ai piedi di Ibrahimovic

zlatan ibrahimovic

ibrahimovic

La settimana che ha visto Cristiano Ronaldo, contro il Malmo, realizzare la sua 501a rete in carriera, raggiungendo nella top scorer del Real Madrid un certo Raul, ha visto un altro calciatore superare il record di marcature in un’altra big europea: la doppietta (su rigore) contro il Marsiglia, ha permesso a Zlatan Ibrahimovic di diventare giocatore più prolifico della storia del Paris Saint Germain. Il giocatore svedese ha battuto  il record che il portoghese Pauleta deteneva da sette stagioni: 109 reti in cinque stagioni per l’attaccante di Ponta Delgada, una in più finora quelle realizzate dall’attuale numero 10 che, essendo all’inizio della stagione, e conoscendo il suo potenziale, alzerà ancora di più l’asticella del record da qui a fine stagione.

Centodieci reti, di cui dieci di testa, settantasei di destro, ventidue di sinistro, due con altre parti del corpo, con annessi 39 assist in appena 147 partite, coppe comprese: non si sono più parole per descrivere cos’è diventato il ragazzo difficile nato nel quartiere difficile di Rosergard. E fresco dell’aver spento 34 candeline, Ibra sembra non voler smetter di fare gol e di continuare ad essere sempre un uomo chiacchierato.

Fisicamente stratosfetico (195cmx95kg, 47 di piede), è uomo squadra, è uno che riempie gli stadi per cui vale il prezzo del biglietto, è un accentratore, una primadonna, uno spaccone, uno scontroso, un personaggio magico (all’Inter era “Ibracadabra”) che si esprime in terza persona parlando di se stesso ma è uno che spacca: o piace o non piace. E la sua storia calcistica ne è l’esempio: sedici anni da “pro”, sette maglie cambiate, contratti milionari firmati con facilità disarmante. Con due soli crucci: zeru Palloni d’oro, zeru Champions League.

E sono proprio questi due trofei, la quintessenza per un calciatore, la maledizione del giocatore classe ’81. Vista l’età anagrafica, lo svedese ha ancora pochissime stagioni per vincerli. Anche se, dal punto di vista tecnico, il trofeo Fifa avrebbe dovuto vincerlo almeno una volta, peccato che abbia trovato sul suo percorso gente come Lionel Messi e Cristiano Ronaldo.

E se all’alba della decima giornata, la Ligue 1 francese sembra già archiviata ed indirizzata verso la formazione parigina, la squadra di Laurent Blanc tenterà per l’ennesima volta di vincere la Champions League. E Ibra, al quarto anno in Francia, dopo alcuni “mal di pancia” estivi (destinazione Milan o MLS), sembra carico per tentare davvero questo assalto.

Quando si parla di Zlatan Ibrahimovic si parla di una vera macchina da gol, avendone segnati in carriera 401 in settecentoquaranta partite disputate, ad una media di una rete ogni 1,85 partite. Se il suo palmares è ricco di titoli nazionali (nove titoli in tre campionati diversi con quattro squadre diverse) e di titoli di miglior giocatore svedese (ben nove finora ma si pensa che possano aumentare nel tempo), poco conta se è l’unico ad aver segnato almeno una rete con sei squadre diverse e di essere uno degli dieci “pokeristi” della manifestazione, quella coppa non è ancora riuscito a vincerla. Neanche nel Barcellona dei campionissimi, per intenderci.

Ibrahimovic, quindi, come Dado Prso, Simone Inzaghi, Ruud Van Nisterlooy, Andrij Shevchenko, il nemico Lionel Messi, Bafetimbi Gomis, Mario Gomez, Robert Lewandowski ma, soprattutto, come il calciatore che ha rappresentato la spada di Damocle sulla testa dello svedese, Marco Van Basten.

Il paragone con il “cigno di Utrecht” per Ibrahimovic ha rappresentato nello stesso tempo la carota e il bastone: “carota” perché come movenze, forza e classe ricorda il milanista; “bastone” perché. al contrario di Van Basten, non è mai stato decisivo nelle partite che contano. Eppure, sono oltre dieci anni che tutti dicono che Ibrahimovic sia meglio di Van Basten, ma sono oltre dieci anni che, con poca grazia, possiamo dire che sia vero il contrario.

Eppure ne ha fatta di strada il ragazzo di Rosergard, figlio di immigrati jugoslavi (padre bosniaco, madre croata) dove parolacce e liti avevano il sopravvento su baci e carezze e che lui scendeva in strada a giocare con un pallone per annegare i dispiaceri di una vita grigia. Con il Balkan fece capire a tutti chi fosse: più giovane di due anni di compagni ed avversari, da solo in un tempo segnò ben 8 reti, raddrizzando una partita che con lui in “panca” vide i compagni sotto di quattro.

Andò al Malmo, club di un certo blasone in Patria, ma il ragazzo non è ben visto viste le sue origini famigliari e la sua inclinazione a creare casini con i compagni. Con la maglia del club svedese il suo nome entrò nei taccuini dei più importanti club europei e, al termine della terza stagione con il club biancoblù, l’Ajax se lo accaparrò Con la maglia aiacida in tre stagioni, vinse due campionati, una Coppa ed una Supercoppa d’Olanda. Venne convocato per Portogallo04 ed i tifosi italiani ebbero  l’occasione di assaggiare le sue qualità: il gol di tacco del definitivo 1 a 1 contro l’Italia è un gesto istintivo di rara bellezza.

Però nello spogliatoio dell’Ajax molti compagni lo isolano e a fine stagione vorrebbe cambiare are. Prima di lasciare Amsterdam,  ricompensò i compagni con un gol da cineteca (30 metri palla al piede, scartando cinque avversari). E lui la settimana dopo passò alla Juventus.

Con la casacca bianconera Ibrahimovic vinse altri due scudetti sul campo, poi tolti al club per la vicenda “calciopoli”: Ibra è stato decisivo nel primo, meno nel secondo. La squadra retrocesse in serie B ma non ci volle andare ed approdò alla nemica Inter. Lesa maestà? No, il solito cambio di maglia.

I tifosi interisti andarono in visibilio e con lui in campo vinsero tre scudetti consecutivi. Il ragazzo maturò nella mente, nello spirito ed i gol aumentarono, diventando sempre più decisivo e indispensabile per i suoi compagni. In particolare, lo scudetto 2007/2008 è tutto di Ibrahimovic, visto quel famoso 18 maggio se la Beneamata ha battuto al “Tardini” il Parma e vinse lo scudetto, lo deve, proprio all’ultima giornata, al suo numero 8 che, da subentrato, segnò le due reti più importanti della stagione.

Nonostante la stagione successiva arrivò Josè Mourinho, e lui vinca anche la classifica marcatori, Ibrahimovic non è contento e vuole cambiare aria: vuole il Barcellona di Messi. I tifosi interisti passarono dall’avere un “Ibra idolo” ad un “Ibra traditore”. Sugli spalti i supporter iniziarono a rumoreggiare, ad insultarlo e lui dopo aver segnato alla Lazio, proprio sotto la Nord, avvicinò l’indice sinistro alla bocca in segno di mutismo e con la stessa mano mimò un gesto non proprio cavalleresco. Era rottura totale e ad agosto il giocatore planò in Catalogna per 70 milioni.

Con il Barça, Ibrahimovic sapeva che avrebbe potuto vincere finalmente la Champions League, ma invece neanche in camiseta blaugrana Ibra riuscì ad alzare la coppa più prestigiosa ed il motivo fu semplice: la tanta odiata ed amata Inter mato’ il Barcellona in semifinale proprio grazie a coloro che sostituirono lo svedese in squadra, Diego Milito e Samuel Eto’o.

A Barcellona, autore nel complesso di una stagione soddisfacente con tanto di gol decisivo nel Clasico e il Mondiale per club, lo svedese si mise contro lo spogliatoio, guidato dalla triade Messi-Xavi-Iniesta, ed il tecnico Pep Guardiola. Questi quattro elementi al Nou Camp sono degli eletti e scontrarsi con loro significava mettersi in  a grossi “guai” e da buon “traditore”, Ibrahimovic lasciò Barcellona per tornare a Milano, sponda rossonera dove giocò due stagioni. E, come da tradizione, altro scudetto al primo colpo. Ibra ha 30 anni ed è nel pieno della forma, ancora più forte di prima, tanto da segnare in campionato, nella seconda stagione, 28 reti.

E anche lì è l’Idolo, tutti giocano per lui e lui non tradì le aspettative. Ma anche con il Diavolo non sembra essere tutto perfetto e, complice anche il litigio violento in allenamento con Oguchi Onyewu (dove l’intera squadra cercò di dividerli), nell’estate 2012 salutò e, con il compagno Thiago Silva, salpò in riva alla Senna dove accettò il contratto faraonico propostogli dall’emiro Nasser Al-Khelaïfi, pronto ad allestire una squadra super competitiva con giocatori sensazionali.

La Ligue 1 è un campionato poco spettacolare e tecnico, dove le difese e le marcature non sono come in serie A e lui in questi quattro anni ha segnato a ripetizione, in una formazione che lo vede leader incontrastato in un contesto di campioni. Zlatan fa segnare, è uomo squadra e fa gol pazzeschi: vedere PSG-Bastia di due stagioni fa per capire cosa significhi segnare con il “tocco dello scorpione”.

Ma anche in Francia, nonostante a volte qualcosa non va per il verso giusto, come quando lo scorso 14 marzo si arrabbiò con l’arbitro dopo il match perso contro il Bordeax, sbraitando dicendo che in carriera non aveva mai visto un arbitraggio simile in un “Paese di…” come la Francia. Ed i transalpini, nazionalisti ed amanti della propria Nazione più della mamma, non accolsero con favore le parole del giocatore, sperando che a fine stagione possa andare via dal Paese. Ed invece lui è rimasto sotto la Tour Eiffel superando Pauleta e cercando di vincere quella maledetta coppa dalle grandi orecchie.

Il resto è storia attuale, anzi Storia con la S maiuscola perché stiamo parlando di Zlatan Ibrahimovic, uno che da alla palla del “tu” ma che tutti devono dargli del “voi”. Come un re. Il re del gol.

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