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Football Legend Gabriel Omar Batistuta

Il Re Leone, Omar Batistuta

In Italia lo hanno chiamato “Re leone” per la folta capigliatura bionda e la fierezza con cui giocava a calcio, in patria lo chiamavano “el camion” per la forza ed il fisico imponente. A Firenze lo hanno amato, Daniel Passarella un po’ meno. Ha segnato un’intera generazione di tifosi e ha scritto una pagina importante nella storia del nostro campionato negli anni Novanta. Poteva vincere di più, ma ha avuto una città ai suoi piedi. E’ stato, inoltre, il più forte calciatore argentino degli anni Novanta. Insomma, chi di noi non ha amato vedere giocare (e segnare) Gabriel Omar Batistuta, arrivato a giocare dalle nostre parti dopo aver vinto una scommessa con il suo agente?

Il futuro “Batigol” iniziò a giocare a calcio…grazie alla Nazionale di César Luis Menotti: se questa non avesse vinto il Mondiale casalingo del 1978, magari Gabriel Omar Batistuta avrebbe fatto altro nella vita. E invece il giovane Gabriel Omar a nove anni si innamorò del calcio grazie al successo della albiceleste con in campo bomber Kempes ed i futuri fiorentini Bertoni e Passarella. Ed il ragazzino aveva talento e stoffa da vendere, tanto che da Reconquista (la sua nuova città) andò a giocare nel Newell’s Old Boys di Rosario, per poi vestire la maglia delle due squadre più famose di Argentina, il River Plate ed il Boca Juniors.

GLI INSEGNAMENTI DI BIELSA E LA COPA AMERICA ’91

Nel Newell’s Old Boys, Batistuta fu allenato da uno che negli anni a venire diventerà uno dei più famosi tecnici argentini, Marcelo Bielsa. Quasi come una chioccia, Bielsa si prese cura del giovane Gabriel Omar impostandolo verso la fulgida carriera di goleador. Ma la squadra rossonera era troppo poco per lui ed il futuro “loco” lo convince a lasciare Rosario, la città sede del club rosso-nero. Siamo nel 1988, Gabriel Omar aveva 19 anni e firmò con il River Plate.

Con i los Millonarios segnò solo quattro reti in ventuno partite e sulla sua strada incontrò un uomo con cui ebbe da sempre screzi, Daniel Passarella. E l’esperienza con il River durò un solo anno e firmò l’anno dopo con gli acerrimi rivali del Boca Juniors. Batistuta poté vestire la maglia del suo idolo di sempre, Diego Armando Maradona, Passarella fu un bieco ricordo e l’attaccante contribuì alla vittoria del titolo di Clausura con undici reti in campionato e sei in Copa Libertadores. E tutti iniziarono ad accorgersi di quel ragazzo con un destro importante, altrettanto come la sua stazza.

Il talento di Batistuta emerse in tutta la sua fierezza nel 1991 durante la Copa America disputatasi in Cile: la Seleccion vinse il suo tredicesimo trofeo e Batistuta la classifica marcatori. Dov’era la scommessa di cui si parlava all’inizio? Settimio Aloisio gli offrì la possibilità di giocare in Italia se avesse segnato almeno sei reti nel Campionato sudamericano per Nazioni: Batistuta segnò sei reti e, a ventidue anni, nell’agosto 1991, arrivò a giocare nel campionato più amato dagli argentini, la nostra Serie A. Ad aggiudicarselo fu una squadra di media classifica con un passato glorioso, ma che nelle due stagioni precedenti aveva raggiunto il 12° posto e aveva voglia di tornare ai fasti del passato: Gabriel Omar Batistuta per 18 miliardi divenne un giocatore della Fiorentina.

BATISTUTA AMA FIRENZE, FIRENZE AMA BATISTUTA

E dal 1991 al 2000 ci fu un matrimonio speciale tra uno dei più forti attaccanti che hanno militato alle nostre latitudini ed una città che si immedesimò nel suo attaccante. Ed in nove stagioni Batistuta divenne il faro di una Fiorentina che tornò ad essere (quasi) grande come anni prima.

Il giocatore classe ’69 arrivò da noi con le stimmate del predestinato, ma la sua prima parte di stagione non fu eccezionale: qualche incomprensione con Sebastião Lazaroni e Gigi Radice oltre alla rivalità all’interno dello spogliatoio (con alcuni “senatori” che non lo accettarono), gli resero difficoltoso il soggiorno nella città di Dante. Eppure qualcosa stava cambiando e alla prima giornata del girone di ritorno, Batistuta si svegliò: al Franchi arrivò la Juventus di Giovanni Trapattoni e Roberto Baggio, la squadra contro la quale aveva debuttato in campionato il 1° settembre precedente. Batistuta segnò il gol del vantaggio e da lì prese il via la love story tra l’attaccante e la città.

Con la Viola, “Batigol” segnò 152 reti in campionato, diventando lo straniero più prolifico in Serie A con la maglia del club nato nel 1926, superando di una rete Kurt Hamrin. Ma l’attaccante svedese rimane ancora oggi il giocatore ad aver segnato di più in partite ufficiali in maglia gigliata, anche in questo caso per un gol in più (207 vs 206). La Fiorentina, grazie al suo “Re leone” e a gente del calibro di Rui Costa, Baiano, Toldo, Robbiati e Schwarz fu un vero spauracchio per tutte le avversarie e il giocatore di Avellaneda segnò a ripetizione: nove stagioni, nove volte in doppia cifra, di cui quattro con più di venti gol.

Con in campo il capellone Batistuta, la Viola vinse una Coppa Italia, una Supercoppa italiana e come miglior piazzamento in campionato ottenne un terzo posto (nella stagione 1998/1999 con Giovanni Trapattoni in panchina). Non tantissimo, ma era da tenere conto di almeno due elementi: la tostissima concorrenza delle avversarie di allora ed i numeri che fece Batistuta.

Ma Batistuta è stato oltre per Firenze: è stato il riscatto dopo anni negativi, è stato colui che ha fatto conoscere la Fiorentina fuori dai confini nazionali, è diventato uno dei calciatori più forti di sempre. E la sua grandezza si ebbe anche nella stagione 1993/1994 con la Fiorentina in Serie B: “Batigol” miglior marcatore con 16 reti (più che doppiato il compagno di squadra Stefan Effenberg) e Viola di nuovo in massima serie. Lo cercarono diverse squadre (anche estere) l’estate della retrocessione, ma lui volle rimanere fedele alla causa.

E la stagione del ritorno in Serie A fu devastante per il numero 9 di Claudio Ranieri: ventisei reti e titolo di capocannoniere, con la Fiorentina classificatasi però al decimo posto. Quella stagione fu segnata anche dal superamento del record di Ezio Pascutti: se l’attaccante friulano del Bologna nelle prime dieci giornate del campionato 1962/1963 mise a segno dieci reti consecutive, Batistuta arrivò a undici partite consecutive, con tredici reti. Raccolsero in fondo alla porta la palla i portieri di Cagliari, Genoa, Cremonese, Inter, Lazio, Reggiana, Padova, Brescia, Bari, Napoli e Sampdoria. Dopo trent’anni esatti (dai tempi di Alberto Orlando), un giocatore della Fiorentina vinse la classifica marcatori. Ma il bello doveva ancora venire…

La stagione 1995/1996 vide la Fiorentina arrivare terza in campionato (a pari merito con la Lazio, considerata terza per il vantaggio negli scontri diretti), il 18 maggio 1996 vincere la sua quinta Coppa Italia (con il capitano viola in gol all’andata e al ritorno contro l’Atalanta) ed il 25 agosto successivo, con una doppietta, sconfiggere il Milan di Capello e Baresi nella finale della Supercoppa nazionale. Per la prima volta dalla sua istituzione (1988), la Supercoppa di Lega veniva vinta dalla squadra vincitrice della Coppa nazionale. Rimane scolpito nell’immaginario collettivo (e nella nostalgia) il suo grido “Te amo, Irina” alle telecamera rivolto alla moglie dopo il secondo gol, una magistrale punizione calciata di destro dalla sua “mattonella” preferita.

E la Fiorentina grazie ai gol del suo capitano, ed ad una rosa molto competitiva, poté andare in Europa e far divertire i propri tifosi. E la mente vola al match di andata della semifinale di Coppa delle Coppe del 10 aprile 1997: stadio “Nou Camp”, minuto 62 e grande rete di destro di Batistuta. Gol molto bello ed importante che tenne viva la squadra di Ranieri. Fino a quel momento lo stadio catalano aveva fischiato il giocatore e lui “ripagò” il tempio barcelonista con un gran destro e con l’indice davanti alla bocca, come dire al pubblico di smettere di fischiarlo perché proprio lui aveva fatto tornare con i piedi per terra la squadra di Bobby Robson, Ronaldo e Luis Figo. Al ritorno il numero 9 argentino non giocò in quanto squalificato e alla finale di Rotterdam ci andarono i blaugrana (che vinsero poi il trofeo). Peccato, ma aver fatto tacere oltre 85mila spettatori di uno stadio avversario non è una cosa da tutti, ancora oggi.

La luna di miele con la Viola terminò il 14 maggio 2000: contro il Venezia l’attaccante disputò la sua ultima partita con la maglia della Fiorentina, segnando una tripletta. Una partita diversa dalle altre con lo stesso giocatore dispiaciuto di lasciare quella Maglia e quella città che lo aveva fatto diventare un Giocatore con la G maiuscola.

Nell’estate 2000, “Batigol” accettò l’offerta della Roma di Franco Sensi che staccò un sontuoso assegno da 70 miliardi a Vittorio Cecchi Gori e Batistuta vestì giallorosso. Rimase alla Lupa due stagioni e mezzo, vincendo subito lo scudetto (il primo per lui in Italia), la Supercoppa di Lega, segnando venti reti il primo anno e sei la seconda stagione. Il 26 novembre 2000 il numero 18 di Capello segnò anche il gol vittoria in casa contro la Fiorentina: Batistuta non festeggiò, fu abbracciato dai compagni ma pianse, quasi gli fosse dispiaciuto.

Nel gennaio 2003 passò all’Inter in prestito: dopo tanti tentativi, finalmente Moratti poté avere il (fu) “Re leone” nella sua squadra. Il bomber di Avellaneda incise poco e segnò meno: due reti in dodici partite e la decisione di lasciare l’Italia in estate. Destinazione: il caldo del Qatar ed i suoi miliardi.

Nonostante le “primavere”, con la maglia del Al-Arabi Sports Club. in due stagioni. segnò più gol delle partite disputate, ma il livello del campionato qatariota era scarso. Nell’estate 2005, a 36 anni, il “Re leone” smise di ruggire e pose fine alla sua carriera.

IL “RE LEONE” RECORDMAN CON L’ALBICELESTE

Se Batistuta è stato incredibile con le squadre di club, lo fu di più con la maglia della Nazionale albiceleste. Il numero 9 argentino vinse due Copa America consecutive e fino al 21 giugno 2016 detenne il record di marcature in Nazionale, quando Lionel Messi superò il suo record di 54 reti. “Batigol” lo aveva strappato a sua volta, il 22 aprile 1998, a Maradona che deteneva l’allora record di trentaquattro reti dal 21 giugno 1994.

Con l’albiceleste disputò tre Mondiali consecutivi (USA ’94, Francia ’98, Giappone-Corea ’02), segnando dieci reti e diventando il calciatore argentino ad aver segnato di più in una fase finale di un Mondiale.

Il periodo pre- Francia ’98 vide il “Re leone” non andare per nulla d’accordo con il CT Daniel Passarella che non lo convocò praticamente mai, ma alla fine fu costretto a farlo visti i numeri (e le statistiche) del giocatore in campionato. Dopo Giappone-Corea, Gabriel Omar Batistuta decise di dire addio alla Nazionale.

Con il ritiro dal calcio giocato, l’ex attaccante della Fiorentina è stato per un anno nello staff tecnico del Commissario tecnico Batista, per poi approdare nell’inverno 2011 in quello del Colon di Santa Fé, ma due anni dopo lasciò l’incarico.

Dopo il ritiro ebbe seri problemi di salute, tanto da non riuscire a sopportare il dolore lancinante alle gambe ed ammise di aver pensato di farsele amputare. Oggi quella brutta parentesi della sua vita sembra un ricordo.

Lo scorso 3 ottobre si è disputata una partita a scopo benefico al “Franchi” tra Italia e Resto del Mondo (“La partita Mundial”). Batistuta vi partecipò segnando anche una tripletta nel 6 a 12 finale. Lo stadio, che è stata la sua casa per nove anni, gli tributò molti applausi, incitamenti e, dopo aver avuto dieci anni prima le chiavi della città, la giunta comunale fiorentina lo nominò cittadino onorario. Un dovuto riconoscimento verso una persona che ha dato tanto per i colori viola e che ha fatto conoscere al Mondo che Firenze non è solo Ponte Vecchio, Uffizi e palazzo della Signoria, ma anche Associazione Calcio Fiorentina, il giglio e la curva “Fiesole”.

Di Batistuta rimangono i gol di destro, di sinistro (non il suo piede preferito), di testa e le acrobazie, senza contare i tiri da lontano e le potenti punizioni. Uomo carismatico e trascinatore di un’intera generazione, è stato un signore dentro e fuori dal campo, oltre che essere stato un attaccante completo che ha scritto la storia del calcio non solo in riva all’Arno, ma in Italia, in Europa e nel Mondo.

E tutti noi ci siamo stropicciati gli occhi nel vedere giocare quel ragazzone con gli occhi verdi, la maglia numero 9 sulla schiena, la “mitraglia” tra le mani e quella folta chioma bionda che lo ha reso un mito del calcio.

Champions League: Road to Cardiff

Champions League Final Eight

LA CHAMPIONS LEAGUE DI QUEST’ANNO AVRA’ IL SUO EPILOGO NELLA CAPITALE DI UN GALLES CHE SI RISCOPRE APPASSIONATO DI CALCIO.

La prima fase a gironi è giunta nel suo momento più caldo, con la quarta giornata che sta maturando esiti quasi definitivi in chiave qualificazione.

Lo spettacolo proposto al City of Manchester, fra i Citizens del Pep e il Barça di Luis Enrique, è stato quanto di meglio potesse offrire questo primo segmento di torneo; di fronte il grande visionario del calcio mondiale che vuole portare il Man City su altre dimensioni, contro un suo epigono, grande artigiano della panchina, abile nel portare avanti il verbo che fu recitato in principio da Cruyff.

Quello che è stato messo in evidenza, già fin dalle battute iniziali, è la totale discrepanza fra top team e il contorno, troppo greve per costituire una pietanza saporita. Vi sono tutti i presupposti per quella Superlega già paventata da Platini prima e Infantino in queste settimane, decisamente meno “decaffeinata” rispetto ad alcune partite il cui esito è stato più tennistico che calcistico. Chiedere a Legia e Dinamo Zagabria per ulteriori lumi.

La Juve stasera ha l’occasione, schienando il Lione allo Stadium, di confermare quanto di buono ha offerto in questa edizione della Champions, nonostante qualche intoppo fisiologico, per una squadra ricca di giocatori in fase di acculturamento bianconero, Pjanic in testa. Ma ormai la sua dimensione è quella di un club in espansione, che vuole uscire dai rassicuranti confini del nostro calcio, per portarlo, fungendo da traino, alla dimensione che più compete all’Italia pallonara.

Il Napoli dal canto suo cerca di seguire i bianconeri a ruota, e la confortante prestazione di Istanbul contro il Besiktas conferma che la strada di Sarri è quella giusta. Unico neo, al di là dell’infortunio gravissimo di Milik, la grande difficoltà di tutto l’ambiente nel compattarsi di fronte alle difficoltà. Attenuanti e scuse puerili non giovano al processo di crescita di una squadra che non può che dipendere dal gioco per ottenere risultati importanti. Un punto di forza ma che in alcune situazioni può costituire un limite.

Per il resto, i soliti nomi, con un Bayern che con Ancelotti tocca picchi di gioco di rara bellezza, un Atletico coriaceo ma non privo di qualità in avanti, un Arsenal che forse quest’anno potrebbe raccogliere qualcosa di concreto, dopo aver recitato il ruolo di cicala per più di un decennio.

Cardiff e il suo Millennium, attendono l’epilogo di un torneo in cui il Real di CR7 e Gareth Bale mettono in palio il loro trionfo milanese dello scorso Maggio. Proprio Mister 100 milioni, in odore di Pallone d’Oro, potrebbe raggiungere la sua definitiva consacrazione in “blanco” proprio nel teatro che lo ha consegnato al mito con la effigie rosso fuoco dei Dragoni.

La Roma blinda i gioielli

Kevin Strootman

LA ROMA BLINDA IL CENTROCAMPO

A Roma gli acquisti sono fatti in casa: dai recuperi, alle scommesse passando per le certezze; la prima e l’ultima categoria in particolare riguardano due personaggi nello specifico: Daniele De Rossi e Kevin Strootman. Il secondo praticamente è stato ricostruito dalla stessa società giallorossa, che ha investito sull’olandese essendo stata stregata dal suo talento. Poi il ginocchio ha tradito il centrocampista, ma lo staff presto ha rimediato riportandolo in campo, nonostante un ulteriore acciaccamento lo avesse tenuto ai box nuovamente. Ora si parla di rinnovo:la società giallorossa offrirà al centrocampista un rinnovo fino al 2020 o 2021, con ingaggio di 2.5 milioni di euro. L’olandese ha già dato disponibilità come riporta il “Corriere dello Sport”.

Capitolo De Rossi:Spalletti è stato chiarissimo: «Spero che Daniele resti il più a lungo possibile». E De Rossi di restare sarebbe felicissimo. Consapevole però che le condizioni contrattuali di oggi non siano replicabili. «In questi anni ho guadagnato talmente tanto che il discorso economico è l’ultimo dei miei pensieri», giura lui. A quanto sarà disposto a rinunciare? Almeno alla metà di quei 6,5 milioni netti, giura chi lo conosce. La preoccupazione maggiore del 33enne però è un’altra: che la competitività della squadra non precipiti. «Se anche dovessi andare via spero che il livello della squadra resti lo stesso di oggi», lasciava cadere lì, dagli spogliatoi di Empoli. Anche per questo forse lascia socchiusa, senza blindarla, la porta verso gli States, tra i vari Pirlo, Drogba e Villa.

Inter, panchina in cerca di padrone

Inter

ESONERATO DE BOER, L’INTER E’ A CACCIA DEL SOSTITUTO. FRA NOMI ESOTICI E SOLUZIONI PIU’ A PORTATA DI MANO, LA PANCHINA NERAZZURRA NECESSITA DI UN SOSTITUTO IN GRADO DI PORTARE SERENITA’ ALL’AMBIENTE.

L’ultima immagine di Franck De Boer in nerazzurro lo vede, laconicamente, alla guida del suo SUV mentre saluta per l’ultima volta Appiano Gentile. Un addio ben remunerato, con 1,3 milioni di buoni motivi per consolarsi il prossimo giugno.

Ma in casa Inter si pensa già all’immediato, ovvero la cruciale trasferta di Europa League a Southampton, per non parlare dell’impegno casalingo contro un Crotone in fase di risveglio. A guidare Icardi e compagni, il tecnico della Primavera, Stefano Vecchi, che avrà fra le mani un primo incarico di peso, ovvero rimettere in corsa qualificazione una squadra che con tre punti in tre partite oscilla pericolosamente sul baratro di una clamorosa eliminazione.

Quello che sconcerta è la totale incertezza che regna in ambito societario, con la “Trimurti” formata da Gardini, Ausilio e Zanetti che ha proposto come guida un tecnico di buon senso, senza appeal internazionale, ma preparato e conoscitore della nostra Serie A, ovvero Stefano Pioli. Fino a ieri sera l’ex allenatore di Lazio e Bologna sembrava in pole position, ma ecco irrompere la Suning, pronta a stroncare l’idea.

E qui entra in scena Kia Joorabchian, che dopo aver proposto De Boer, vuole riscattarsi, approfittando del vuoto di potere che a questo punto è una triste realtà nella stanza dei bottoni nerazzurra, proponendo come alternativa lo Special Two, alias Andrè Villas Boas. Soluzione interessante, anche se rischiosa, dato il curriculum altalenante di un tecnico cresciuto sotto l’ala protettiva di Josè Mourinho, sicuramente con delle buone idee, ma che non ha saputo dare continuità ai suoi risultati. Dopo la vittoria in Euroleague col Porto nel 2011, ha ottenuto un brusco ben servito al Chelsea mentre cercava di ripercorrere lo stesso itinerario del suo mentore; ombre e luci nel Tottenham, dove ha saputo comunque far sviluppare le immense qualità offensive di Gareth Bale, spostandolo dall’iniziale ruolo di terzino sinistro; infine lo Zenit, dove ha vinto un campionato ma in chiave internazionale non è mai riuscito a far compiere il definitivo salto di qualità tanto atteso dalla dirigenza del club di San Pietroburgo.

Il gruppo Suning, dal canto suo, giusto per sparigliare le carte, ha avanzato il nome di Guus Hiddink, già due volte traghettatore del Chelsea; e in quella veste ha compiuto ottimi risultati, sostituendo nel 2009 “Felipao” Scolari, portando il club a vincere 11 partite su 13 in Premier, a vincere una FA CUp e a sfiorare la seconda finale di fila di Champions, sogno spezzatogli da Iniesta allo scadere e da un pessimo arbitraggio di Ovrebo. L’anno passato, alla guida dei traballanti Blues post Mourinho, ha compiuto il suo dovere pur sapendo di avere a che fare con un team già affidato ad Antonio Conte. Accettasse la proposta dell’Inter, vedrebbe il suo mandato prolungato fino al 2018, in attesa che si liberi dall’Atletico quel Diego Simeone che, fin dall’inizio, ha costituito per Zhang Jingdong la scelta principe per iniziare un nuovo ciclo vincente.

ph: Scali/Komunicare

Milan, obiettivo Zaza

L’ex bianconero e’ il nuovo obiettivo per l’attacco.

La Premier e Zaza, almeno fino ad oggi non si sono mai amati, solo fugaci apparizioni con il West Ham, ed ormai l’ex attaccante bianconero sembra ai margini del progetto di Bilic.

Proprio per questo a gennaio ci potrebbe essere un rientro in Italia con destinazione Milan, societa’ che e’ alla ricerca di una punta che possa sostituire Bacca, visto che ad oggi ne’ Lapadula, ne’ Luiz Adriano hanno convinto.

Ancora e’ troppo presto per parlarne, ma gia’ il giocatore e la societa’ rossonera erano stati vicini la scorsa estate, poi non se ne fece piu’ niente perche’ il Milan confermo’ il colombiano come punta.