Una vita al massimo: Ayrton Senna

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Ayrton Senna, la Formula 1 ai piedi del brasiliano

Ayrton Senna – Ci sono sportivi iconici. Ci sono sportivi leggendari. Ci sono sportivi che grazie alle loro imprese sono entrati nell’immaginario collettivo come degli immortali, le cui vittorie e le loro prestazioni rimarranno scolpite non solo negli albi d’oro, ma anche nel cuore e nella mente dei tifosi. Sportivi che hanno contributo a rendere grande il loro sport e ad essere identificati come esempi irraggiungibili o punti di riferimento. Uno di questi  è stato, senza dubbio, Ayrton Senna.

Senna, che avrebbe compiuto 60 anni lo scorso 21 marzo, è ricordato ancora oggi come uno dei più grandi, se non il più grande, pilota di Formula 1. Uno che ha riscritto la storia dello sport motoristico per eccellenza. Uno che ha sempre tenuto i suoi fan (ed i suoi detrattori) incollati davanti alla televisione nel vederlo correre e partire il più delle volte davanti a tutti. Uno che ha fatto la storia. Uno che quando è morto, il 1° maggio 1994, ha scioccato tutti quanti, anche coloro che non erano amanti della Formula 1. Il motivo? Era umano, gentile, coriaceo, volitivo e combattivo. E questo forse è ciò che lo ha reso come il più forte di tutti nella golden age della F1, ovvero tra gli anni Ottanta e Novanta.

Brasiliano di San Paolo, Ayrton Senna proveniva da una famiglia agita. Il padre avrebbe voluto che seguisse le aziende di famiglie, ma il giovane Ayrton aveva un sogno diventare un pilota di Formula 1. Solo che non basta schioccare le dita per diventarlo: bisogna faticare e sperare di poterlo diventare.

Ayrton Senna

E come tanti, era partito dai kart. E sui kart Senna si distinse per una serie di vittorie unite ad una strategia tecnica e tattica che i suoi coetanei non avevano. Iniziò a otto anni e capì che i  motori sarebbero stati la sua professione.

Dopo essere stato un talento puro nel mondo dei kart ed essere diventato competitivo con la Formula Ford e con la Formula 3, nel 1984 il sogno si avverò: la Toleman, scuderia britannica da otto stagioni nel circus ma con scarsi risultati, gli affidò la guida di una delle due monoposto. Il 24enne brasiliano chiuse la stagione al nono posto, ma rimarrà negli annali la sua prestazione al Gran Premio di Montecarlo dove, da tredicesimo, arrivò fino alla seconda posizione. Solo che la corsa fu interrotta dopo 31 giri e a vincere fu il francese Prost su McLaren. Senna non digerì quella scelta della giuria: avrebbe sorpassato Prost dopo pochi giri e si disse che fu lo stesso pilota francese a chiedere la fine della gara.

La stagione successiva, Senna firmò con la Lotus, scuderia storica di Hetel. Qui il futuro campione brasiliano chiuse la stagione al quarto posto, vincendo la prima gara della carriera (a Estoril, il 21 aprile) e realizzando al contempo la prima di 65 strepitose pole position.

Con la Lotus disputò tre stagioni, vincendo sei gare e chiudendo una volta al terzo e due volte al quarto posto nella classifica iridata.

Il destino era segnato: Senna si stava imponendo come uno dei piloti più interessanti (e forti) del panorama automobilistico e, di conseguenza, cambiò scuderia: nel 1988 approdò alla McLaren, una storia durata sei stagioni e che vedrà, fino al 1993, la consacrazione del mito di Ayrton Senna. Con la macchina bianco-rossa, Ayrton Senna si classificò tre volte al primo posto (1988, 1990, 1991), due volte al secondo (1988, 1993), una volta quarto (nel 1992), vincendo trentacinque gare e conquistando quarantasei pole.

Le sei stagioni in McLaren (motorizzata Honda fino al 1992 e poi Ford) sono state intense e ricche di soddisfazioni per tanti motivi: le cinque vittorie consecutive a Montecarlo, i tre titoli mondiali, le sfide all’ultima curva (e all’ultima sportellata) contro Prost, le quarantasei pole position (di cui 24 consecutive, e tredici per due volte in un’unica stagione), i cinquantacinque podi, i duelli con l’emergente talento tedesco Schumacher, le gare di Interlagos 1991 e Donington 1993, i tre Gran Chelen.

Nel 1994 il cambio di “casacca”: Senna firmò con la Williams motorizzata Renault. La squadra inglese doveva rimpiazzare Prost ritiratosi e decise di arruolare il fortissimo brasiliano. Nei piani di Frank Williams, l’avere Senna su una delle due monoposto avrebbe consolidato la forza della scuderia, allora al top.

La Williams FW16 di quella stagione, a causa del cambio di regolamento ed una macchina difficile da guidare, misero difficoltà sia Senna sia Damon Hill: nelle prime due gare, la scuderia ottenne dodici punti. Senna ottenne due pole position nelle prime due gare, ma non le terminò ritirandosi.

L’occasione fu il GP successivo, quello di San Marino (che si correva a Imola): qualcosa sarebbe stato necessario fare, onde evitare che Michael Schumacher e la sua Benetton Ford prendessero il largo in classifica generale. Senna nell’autodromo bolognese aveva vinto tre volte (e otto volte era partito in pole position).

La corsa si sarebbe tenuta il 1° maggio, ma il giorno delle prove libere e delle prove ufficiali furono molto tragiche: il venerdì, il brasiliano Rubes Barrichello su Jordan, fece un incidente molto spettacolare ma non riportò conseguenze; il sabato il pilota austriaco Roland Ratzenberger, alla sua prima stagione in F1, su Simtek, fece un’incidente alla “curva Villeneuve” e perse la vita. Dopo 13 stagioni, un incidente aveva tolto la vita ad un pilota durante un Gran Premio. Molti piloti erano indecisi se correre o meno il giorno dopo: si decise per la disputa della corsa. Senna, partito per la terza volta in tre gare in pole position, aveva con sé la bandiera dell’Austria, da tirare fuori dall’abitacolo in caso di vittoria per omaggiare il collega deceduto.

Poco dopo la partenza ci fu un incidente tra JJ Letho e Pedro Lamy, con il pilota portoghese che colpì violentemente il collega: macchine distrutte, piloti incolumi ma detriti che arrivarono a colpire gli spettatori. Era proprio una gara maledetta.

Al giro numero 7, all’ingresso della “curva del Tamburello”, la seconda: Senna andò dritto, schiantandosi contro il muretto. L’urto fu spaventoso, la macchina si distrusse e venne rimbalzata in pista con la testa del pilota appoggiato alla macchina: l’incidente era stato così violento da aver fatto svenire il campione brasiliano a causa (si seppe dopo) di un fortissimo trauma cranico. Safety car in pista, primi soccorsi alla Williams di Senna e l’elisoccorso che si diresse verso l’ospedale di Bologna.

Tutto il Mondo rimase con il fiato sospeso e con l’angoscia fino alla notizia che nessuno avrebbe voluto sentire: alle ore 18:40, Ayrton Senna era morto. Si era chiusa in pista la storia del più grande pilota di tutti i tempi. Nessuno voleva crederci, ma dovevano tutti rassegnarsi: quel casco giallo con le due righe orizzontali verde e nera non avrebbe più corso. Non avrebbe più insegnato sulle piste di tutto il Mondo. Non sarebbe mai più partito davanti a tutti.

In Brasile furono proclamati tre giorni di lutto nazionale e la salma fu collocata nel  cimitero di Morumbi, nei pressi di San Paolo, il 5 maggio e sulla lapide c’è la scritta “Niente mi può separare dall’amore di Dio”, tratta da un passo della Lettera di San Paolo apostolo ai romani.

Senna era un cattolico devoto ed era noto per la sua beneficenza e il suo essere vicini alle persone più bisognose. E non a caso, ad inizio 1994, era stata inaugurata, insieme alla sorella, la Fondazione Senna per aiutare i ragazzi in difficoltà.

Uomo con spiccata personalità ed una fede devota, sensibile e con una grinta spaventosa in pista, era uno sportivo scrupoloso, tecnico, fisicamente superiore, introverso ma dotato di gran cuore (in carriera ha dato in beneficenza molti dei guadagni accumulati) e tanto altruismo.

Declinato al calcio, Senna è stato un “risultatista” ma anche un “prestazionista”: la vittoria a tutti i costi, anche facendo sportellate o lottare fino all’ultimo centimetro di pista; vincere incantando e dispensando gesti degni di un campione.

Iconici gli incidenti con Prost a Suzuka nel 1989 e nel 1990: la prima volta, al 46° giro, i due piloti si scontrarono all’ingresso di una chicane, Prost si ritirò, Senna proseguì, vinse ma fu squalificato per un’irregolarità ed il Mondiale lo vinse poi, all’ultima gara, il francese; nella seconda, i due si scontrarono all’ingresso della prima curva, entrambi si ritirarono ma a fine stagione vinse il Mondiale il brasiliano.

Ayrton Senna è stato un uomo amato e ben voluto da tutti. Un ispiratore ed un punto di riferimento. Uno che rimarrò sempre negli annali del circus della F1 come il migliore di tutti, anche se oggi il suo record di pole position è stato battuto dagli altrettanto forti Schumacher (nel 2006) e Hamilton (nel 2017) e tre piloti lo hanno superato nella classifica iridata (Schumacher con cinque, Vettel con quattro e Hamilton con sei titoli). Il caso ha voluto che colui che lo ha battuto nelle pole position e nelle vittorie totali sia stato un altro che ha riscritto la storia della Formula: Michael Schumacher, uno che non ebbe mai un bel rapporto con Senna.

Ora la Formula 1 si ritrova al palo e la stagione dovrebbe ricominciare il prossimo 14 giugno dal Canada dopo sei GP posticipati (Bahrein, il debuttante Viet Nam, Cina, Paesi Bassi, Catalogna e Azerbaijan) e due annullati (Australia e Montecarlo, che si disputava ininterrottamente dal 1954) a causa del Covid-19, ma ha trovato il tempo per omaggiare, lo scorso 21 marzo, un mito delle quattro ruote, uno che ha fatto sognare i tifosi e rosicare gli avversari (che avrebbero fatto carte false pur di vederlo seduto sulla loro monoposto preferita), uno che è stato un esempio.

“Da quando Senna non corre più/non è più domenica”, come cantava Cesare Cremonini, non è un’assurdità. Con buona pace degli Hamilton, dei Leclerc, dei Vettel e dei Verstappen, ma Senna è stato un’altra cosa.