17 luglio 1994: Pasadena, i rigori, Baggio e le lacrime

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Italia: Pasadena, i rigori, Baggio e le lacrime

Pasadena, California. Fino al 17 luglio 1994, pochi italiani sapevano dove si trovasse questa città: non c’era internet, non c’erano i social, I followers e allora quella cittadina di 140mila abitanti era conosciuta solo da chi c’era stato, da chi era bravo in geografia o da chi era un amante dei Super Bowl. Ma quel 17 luglio 1994 e soprattutto da quel 17 luglio 1994 tutti gli italiani scoprirono dove fosse.

Pasadena ed il suo “Rose Bowl” sono stati teatro della finale della XV edizione dei Campionati del Mondo di calcio: per la prima volta, il Paese organizzatore dell’evento sportivo più visto al Mondo (dopo le Olimpiadi) non era né europeo, né sudamericano, né centroamericano, ma bensì gli Stati Uniti d’America, un Paese che non vedeva il calcio (ops, il soccer) tra i suoi sport nazionali come era sempre stato per gli altri Paesi organizzatori.

La finale di quel Mondiale, quel 17 luglio 1994, vide di fronte due squadre deluse dal precedente Mondiale di Italia’ 90: Brasile e Italia.

Tutti gli occhi del Mondo erano sintonizzati per assistere ad un classico del calcio mondiale come ultimo atto della manifestazione: il Brasile tornava in finale dopo 24 anni (Messico 70), mentre l’Italia non disputava l’ultimo atto dai tempi della vittoria per 3-1 contro la Germania Ovest in Spagna di dodici anni prima.

Di fronte due squadre forti in tutti i settori: Pagliuca e Taffarel, Baresi e Maldini e Marcio Santos e Aldair, Albertini e Berti e Dunga e Mauro Silva ed in attacco i due giocatori più attesi, Roberto Baggio e Romario. Il Divin codino contro o’baixinho, il Pallone d’oro e FIFA World Player 1993 contro l’allora giocatore più forte del Sudamerica.

Faceva caldo, troppo caldo quella domenica in California. Nonostante sia stato un Mondiale molto bello e con molti colpi di scena, si imputò alla FIFA la colpa di aver voluto giocare le partite in orari proibitivi per assecondare gli orari europei. E non a caso, la finalissima fu giocata in una calda serata italiana, che però a Pasadena vide il termometro arrivare a quasi 40° con una percentuale altissima di umidità perché il calcio di inizio fu fischiato alle ore 12:30 locali.

La partita in sé fu intensa, ma non bellissima e per la prima volta nella storia dei Mondiali di calcio, la partita terminò ai rigori. E, ahi noi, a trionfare fu il Brasile per 3-2.

I calci di rigore si dimostrarono maledetti per gli azzurri ancora una volta come quattro anni prima al San Paolo contro l’Argentina: allora in finale andò l‘albiceleste, alzare la Coppa del Mondo (la prima per la Seleçao, il quarto titolo complessivo) furono Dunga e compagni che dedicarono la vittoria al loro conterraneo Ayrton Senna, morto il precedente 1° maggio a Imola in un terribile incidente durante il Gran Premio.

Se per i sudamericani sbagliò dal dischetto Marcio Santos (che poi firmerà qualche settimana dopo con la Fiorentina arrivando ad un accordo con l’allora Presidente Vittorio Cecchi Gori che in caso di nove reti segnate gli avrebbe fatto conoscere Sharon Stone); per gli azzurri sbagliarono, oltre a Daniele Massaro, i due giocatori più attesi: il più forte difensore del Mondo (Franco Baresi) ed il giocatore più forte del Mondo (Roberto Baggio).

Tutti noi che vedemmo quella partita, abbiamo ancora in mente due immagini di quella partita: le braccia ai fianchi e la testa bassa di Baggio dopo aver sbagliato il rigore, le lacrime grondanti di Baresi mentre veniva consolato da Gigi Riva, allora dirigente accompagnatore della Nazionale e che 24 anni prima contro il Brasile aveva gustato l’amaro sapore della sconfitta in una finale mondiale.

Ma se si pensa a Pasadena e ad Usa ’94, non si può non pensare al vero protagonista nel bene e nel male di quel Mondiale per l’Italia: Roberto Baggio.

Roberto Baggio allora era il calciatore più atteso di tutti e ha rispettato tutta la hype su di lui. Peccato che nel momento clou della manifestazione, sia incappato in un errore che è costato (ma questo però non è dipeso solo da lui, a dire il vero) all’Italia la vittoria della Coppa del Mondo. Un errore dal dischetto che ha mandato nello sconforto non solo i compagni di squadra, ma tutti gli italiani presenti allo stadio californiano quel caldissimo giorno di luglio e tutti quelli a casa sintonizzati su Rai1 seguendo la telecronaca di Bruno Pizzul e che speravano di tornare campioni del Mondo. Ma quell’errore è stato (e lo è ancora oggi) un grande peso per l’attaccante di Caldogno, il quale ha sempre detto che tante volte non ha dormito la notte pensando a quel rigore calciato alle stelle, lui che dagli undici metri difficilmente aveva sbagliato in carriera. Ma come disse anche lui nelle interviste successive: “i rigori li sbagliano solo quelli che hanno il coraggio di tirarli”. Come dire che da casa sono tutti bravi a giudicare, mentre per tirare un rigore durante una finale mondiale ci vuole tanto coraggio.

Ma facciamo un passo indietro e parliamo (brevemente) della nostra Nazionale che prese parte al Mondiale americano,

L’Italia si imbarcò sull’aereo per gli States grazie alla vittoria nel girone 1 UEFA insieme alla Svizzera (che tornava ad un Mondiale dopo Inghilterra ’66). La Nazionale partita alla volta degli States era composta da 22 giocatori, di cui sei già presenti a Italia ’90.

Gli azzurri dall’ottobre 1991 erano allenati da Arrigo Sacchi, il tecnico che sulla panchina del Milan aveva riscritto la storia del calcio e della sua tecnica. Il cambio tecnico in panchina era stato necessario: la mancata qualificazione all’Europeo di Svezia ’92 aveva costretto la nostra Federcalcio a cambiare l’allora Ct Azeglio Vicini. Nonostante le cose pregevoli (grazie anche a rose importanti) in Under 21 (2° posto europeo nel 1986) e in Nazionale maggiore (terzo posto a Euro’88 e il bronzo ad Italia ’90), era ora di cambiare. E si decise di optare per il tecnico più vincente ed innovativo degli ultimi dieci anni, il “vate di Fusignano”, Arrigo Sacchi. Due uomini completamente diversi l’uno dall’altro non solo tatticamente, ma anche umanamente e anche perché il tecnico ravennate era sempre stato una persona divisiva.

La nostra Nazionale era tra le favorite ed era forte in ogni reparto, soprattutto in difesa ed in attacco. La punta di diamante degli azzurri era proprio Roberto Baggio.

27 anni, Baggio allora giocava nella Juventus con cui l’anno prima aveva vinto, da capitano, la Coppa UEFA e a dicembre si era aggiudicato il Pallone d’oro (davanti a Bergkamp e Cantona) ed il Fifa World Player superando Romario e Bergkamp: Baggio era stato nominato contemporaneamente miglior giocatore d’Europa e migliore del Mondo. L’ultimo italiano prima di lui a vincere il Pallone d’oro era stato Paolo Rossi, campione in Spagna e capocannoniere della manifestazione iridata. Se allora Rossi era il giocatore più atteso, questa volta, ancora di più, lo era Baggio.

Baresi e compagni furono inseriti, come teste di serie, nel girone E con Irlanda, Norvegia e Messico. Un girone non impossibile: i tifosi pensano già agli ottavi di finale.

Ed in effetti gli azzurri si qualificheranno agli ottavi…ma solo per il rotto della cuffia. Il motivo? La prima partita contro l’Irlanda vede l’Italia giocare male e perdere 1-0, la seconda vide gli azzurri sconfiggere con lo stesso risultato gli scandinavi con un gol di Dino Baggio, mentre uno striminzito 1-1 permise ai ragazzi di Sacchi di entrare tra le prime 16 squadre del Mondo come una delle quattro migliori terze. Proprio come in Spagna nel 1982.

Furono tre partite molto complicate. In più, Baresi subì, durante il match contro la Norvegia, un brutto infortunio che si trasformò in poche ore in un’operazione al menisco destro. Eppure gli azzurri lottarono, non mollarono di un centimetro e ci credettero. Anche perché non vincere la partita contro i norvegesi avrebbe significato dire addio al passaggio del girone.

Ah giusto, e Baggio? Il Divin codino non contribuì nelle prime due partite. Addirittura contro la Norvegia è stato sostituito al minuto 21 perché Pagliuca, per un errore di valutazione, aveva colpito il pallone fuori dall’area di rigore e, di conseguenza, per lui fu “rosso” diretto. Italia in dieci uomini per settanta minuti nella partita più importante di tutte.

Baggio fu (giustamente) sostituito da Sacchi perché quando viene espulso un portiere deve esserci per forza un cambio tra gli attaccanti e il tecnico di Fusignano lo tolse. Epico il gesto del numero 10 azzurro e le sue parole puntandosi il dito alla tempia (“ma questo è pazzo!?!”).

Dall’Italia iniziarono a lamentarsi delle prestazioni di Baggio e molti pensarono che sarebbe stato meglio dagli ottavi farlo sedere in panchina e dare spazio a giocatori più in forma quali Massaro, Casiraghi, Signori e Zola.

Come detto, ottavi di finale: il tabellone mise di fronte agli azzurri la Nigeria. Uno che segue poco il calcio avrebbe potuto dire: avversario facile, anche perché le squadre africane ai Mondiali, nonostante le tante attese, avevano sempre fallito. Quella Nigeria invece era un concentrato di tecnica, corsa, fisicità, muscoli e voglia di stupire il Mondo (tanto che poi due anni dopo la selezione delle “Super aquile” vinse la medaglia d’oro ad Atlanta, prima nazionale del Continente nero a riuscirci). Insomma, il peggior avversario che l’Italia potesse incontrare.

In molti paragonarono il Mondiale, fino a quel punto, di Roberto Baggio a quello di Paolo Rossi in Spagna: il futuro Pablito aveva fornito, nelle prime tre partite, prestazioni insufficienti, trasformandosi in maniera incredibile (ai limiti dell’assurdo) nella seconda fase. Molti speravano che anche Baggio potesse fare altrettanto: risorgere su sé stesso.

L’Italia ora non poteva fallire: sconfitta, si torna a casa e appuntamento a Francia ’98.

E giustamente al minuto 26 la Nigeria passò in vantaggio con Amunike L’Italia non ne imbroccava una, ogni tentativo era smorzato dalla Nazionale biancoverde. Come se non bastasse, nel secondo tempo, il neo entrato Zola fu ingiustamente espulso per un fallo che non c’era. La squadra di Sacchi ci credeva, ma non riuscì a superare Rufai.

Baggio ancora una volta non pervenuto.

Al minuto 87 tutti gli italiani stavano per spegnere la tv mandando a quel paese Sacchi, Baggio e tutti gli azzurri. Se non che al minuto 88 si riaccese la luce: Mussi diede la palla a Baggio, a pochi passi dalla linea dell’area di rigore nigeriana. Il numero 10 azzurro (in maglia bianca) sapeva di avere sui piedi la palla mondiale. E non sbagliò: Rufai battuto con un tiro angolatissimo. 1-1, palla al centro e Italia che “scendeva” dall’aereo. L’esultanza del Divin codino disse tutto della situazione psicologica del giocatore. L’Italia, come la Germania Ovest il 17 giugno 1970, aveva riagguantato il pari a fine partita.

Nei supplementari, l’Italia cambiò passo e la Nigeria non riuscì ad impedire il forcing azzurro.

Al minuto 102 la svolta: fallo su Benarrivo in area, rigore. Dal dischetto, lo specialista Baggio: 2-1. Ora a salire sull’aereo per casa erano gli africani. Poteva finire 3-1, bastò il 2-1 e l’Italia si qualificò per i quarti di finale.

Il calcio è cosi: prima sei scarso, poi diventi un fenomeno. E Roberto Baggio non scampò a questo “modo di pensare”.

L’avversario era ora la Spagna, che negli ottavi aveva eliminato nettamente la Svizzera. E le “furie rosse” non poterono fare nulla contro il ciclone Roberto Baggio, il quale segnò il gol del 2-1 dopo il vantaggio di Dino Baggio ed il pareggio iberico di Caminero.

Baggio rigenerato e Italia che entrava, per il secondo mondiale di fila, in semifinale. Intanto in Italia, caroselli a non finire, bandiere tricolori appese ai balconi e aria di festa da Nord a Sud: tutti ora ad osannare il nome di Roberto Baggio.

L’avversario della semifinale era l’ostica ed altrettanto sorprendente Bulgaria di Stoichkov. La finale di Pasadena distava solo 90 minuti per entrambe (salvo supplementari e rigori).

E anche contro i bulgari, fu Baggio show: doppietta per il bomber di Caldogno tra il 20′ ed il 25′, con il primo gol un vero capolavoro balistico. I balcanici ridussero il gap con Stoichkov, ma non poterono fare nulla.

Nessuno poteva crederci, neanche il tifoso più ottimista: finale mondiale. Alla fine non era andata come a Napoli quattro anni prima: l’Italia era tornata in finale ed aspettarla c’era ora il Brasile di Romario.

Ma Baggio al minuto 70 sentì un dolore alla coscia destra. Si avvicinò alla linea di bordo campo e si fece massaggiare. Il dolore era forte, la partita era già in ghiaccio e il numero 10 questa volta fu lui a chiedere il cambio a Sacchi: gli subentrò Signori, Baggio si sedette in panchina, ma si vedeva che non stava bene.

E a Pasadena, il 17 luglio 1994, al “Rose Bowl”, andò in scena l’ultimo atto del Mondiale americano: si parlò di rivincita del Mondiale messicano del 1970 per l’Italia, si parlò di rivincita del Mondiale 1982 per il Brasile dopo il celebre 3-2 dello stadio Sarria con la incredibile tripletta di Paolo Rossi. Entrambe le Selezioni erano appaiate con tre Mondiali ciascuna: chi avrebbe vinto, sarebbe diventata la Nazionale con più titoli mondiali.

I verde-oro erano molto forti, una squadra ben coperta in ogni reparto e guidata in attacco dalla premiata ditta Romario-Bebeto. Erano due scuole calcistiche diverse, un classico del calcio mondiale.

Il finale lo sappiamo tutti: 0-0 al 90′, 0-0 al 120 e per la prima volta nella storia il Mondiale fu assegnato ai calci di rigore. Celebre il bacio di Pagliuca al palo della porta al minuto 68 dopo che il tiro di Mauro Silva si schiantò sul legno dopo essergli scappato dalle mani.

Prevalse il Brasile per 3-2, con l’errore verde-oro di Marcio Santos e i tre errori di Baresi, Massaro e Baggio.

E Baggio è stato il protagonista della finale. Finale che non doveva giocare perché il dolore alla coscia patito contro la Bulgaria in quattro giorni non si era ancora ristabilito.

Il dolore era forte, il giocatore faceva fatica a camminare. Si pensava di farlo partire dalla panchina o addirittura di non schierarlo. Ma come si faceva a non schierare nella finale mondiale il giocatore che da solo aveva portato l’Italia dove nessuno sperava più? In più, contro il Brasile sarebbe tornato titolare, dopo l’intervento chirurgico al menisco ed il super recupero, Franco Baresi apposta per la finale. C’erano i presupposti per una partita da non perdere assolutamente.

Gli azzurri erano stanchi: avevano nelle gambe più minuti dei verde-oro e ogni partita per gli azzurri era stata quella della vita.

E infatti Baggio fu uno dei peggiori in campo per tutti i 120′, ma Sacchi decise di non toglierlo mai dal campo. E lo nominò quinto e ultimo rigorista della serie azzurra.

Che dire: dalla possibilità di non giocare la finale al tirare il rigore decisivo. Che, purtroppo sbagliò Se Baggio avesse segnato il suo penalty, ma poi il successivo rigorista brasiliano avesse segnato il suo, il Brasile avrebbe vinto ugualmente.

Troppi se e troppi ma. Il giocatore più atteso aveva fallito, ma aveva fallito prendendosi le sue responsabilità e caricandosi sulle spalle (e sul suo piede destro) un’intera Nazionale ed un intero Paese.

Brasile a festeggiare, Italia a leccarsi le ferite e a raccogliere le lacrime.

A fine stagione, Baggio si classificò al secondo posto nella classifica del Pallone d’oro preceduto da Stoichkov, mentre il FIFA World Player fu vinto da Romario con il bulgaro ed il Divin codino sul podio: se l’Italia avesse vinto il Mondiale, Baggio molto probabilmente avrebbe concesso il bis. Ma così non è stato.

Come detto, Baggio per tanto tempo non superò lo shock dell’errore di Pasadena: sognava da sempre (come tutti) di giocare una finale mondiale, proprio contro il Brasile. Quel sogno si realizzò ma il risveglio fu amarissimo.

Il Divin codino giocò (senza codino) il Mondiale francese del 1998, facendo la staffetta con del Piero (reduce da una stagione fantastica con la Juventus, ma con un infortunio pre-Mondiale) dove riuscì a segnare due gol nella fase a gironi e nel quarto di finale contro i padroni di casa, al minuto 12 dei supplementari, dopo una grande giocata, vide la sua palla sfiorare di poco il clamoroso golden gol uscendo di dieci centimetri sul secondo palo di Barthez. Tutti dissero che se quella palla fosse entrata, quell’Italia (nettamente più forte di quella di 4 anni prima) avrebbe vinto il Mondiale.

A Pasadena, come a Parigi, Baggio ancora protagonista.

La carriera di Baggio non risentì dell’errore di Pasadena: nelle successive dieci stagioni, Baggio vinse solo due scudetti ed una Coppa Italia (double con la Juventus); con il Milan non ebbe spazio, chiuso da una rosa di giocatori molto forti e lui ebbe diversi problemi fisici; con la maglia del Bologna (97/98) stabilì il suo primato di gol segnati in una sola stagione (22 reti); all’Inter fece vedere ancora lampi di classe ma la squadra non girava; ha portato il Brescia, la sua ultima squadra, sempre a salvarsi a fine stagione e a raggiungere le due posizioni più in alto in classifica della sua storia. Il numero 10 vicentino è arrivato a segnare complessivamente 205 reti in Serie A (a oggi settimo marcatore di sempre) e vide ritirare la maglia numero 10 delle “Rondinelle”, dove vi militò quattro stagioni (non ricevendo però una meritata convocazione per il Mondiale nippo-coreano che sarebbe stata la chiusura del cerchio).

Ovviamente non è colpa solo di Baggio se l’Italia ha perso la finale americana ed è stata eliminata ai rigori contro la Francia. Si gioca in undici contro undici, non uno contro undici. Si vince e si perde insieme.

Baggio ha detto stop al calcio dieci anni dopo Pasadena, il 16 maggio 2004, nell’ultima partita di campionato con la maglia del Brescia, quando lo stadio “Meazza”, durante il match contro il Milan, al minuto 84, gli dedicò una lunga standing ovation ed un grande applauso al momento della sua uscita dal campo.

Come era entrato in punta di piedi nella storia del calcio, così ne era uscito: tra il suo debutto e la sua ultima partita Baggio ha fatto rumore. Un rumore piacevole per la vista e per il cuore.

Calcisticamente, Roberto Baggio è stato un qualcosa che in Italia per diciannove anni (durante la sua attività di calciatore) ha esaltato e fatto sognare: rabone, punizioni, dribbling, gol magici. E a scegliere il suo gol più bello, si farebbe notte.

Contro la Francia, nella lotteria dei rigori, Baggio siglò il suo rigore: la maledizione di Pasadena era svanita. Perché solo chi calcia un rigore durante un Mondiale ha sempre ragione. A prescindere.

Ce lo ha raccontato anche Francesco de Gregori nella sua “La leva calcistica del ‘68”, con il giovane Nino che non doveva aver paura di tirare un calcio di rigore perché “non è da questi particolari che si giudica un giocatore”, essendo più importanti “coraggio”, “altruismo” e “fantasia”.

E Roberto Baggio da Caldogno-Vicenza durante la sua carriera lo ha dimostrato in pieno, diventando, a prescindere dall’errore di 26 anni fa, un immortale del calcio.

Ed è per questo che “da quando Baggio non gioca più/non è più domenica” e ancora oggi dopo Italia ’90, rimpiangiamo ciò che successe a Pasadena. Ma poi anche a Parigi quattro anni dopo, a Rotterdam nel 2000, a Daejeon nel 2002 per poi finalmente gioire la notte di Berlino del 9 luglio 2006.