Home Editoriale Leader si nasce. L’importanza di uomini di carattere nello spogliatoio…

Leader si nasce. L’importanza di uomini di carattere nello spogliatoio…

654

 

Leader“, un termine inglese che negli ultimi anni è entrato nel linguaggio comune italiano, sta ad indicare un soggetto carismatico che guida un team (da lead = guidare, capeggiare). Il termine “leader” può essere traslato anche nel linguaggio calcistico: il leader è colui che guida in campo (o in panchina) la squadra; è colui che ci mette la faccia; è colui cui i compagni chiedono aiuto o un parere; è colui che da la carica in campo; è il punto di riferimento. Spesso questo termine coincide con il capitano, ma non sempre il leader di una squadra è il capitano della stessa.

Va da sé che il più carismatico è il capitano: da Totti a del Piero, da Zanetti a Baresi e Maldini, da Thiago Silva a Vincent Kompany ad Andres Iniesta. Ma senza guardare il big di ogni squadra di massima serie, i leader sono presenti anche nelle squadre dilettantistiche e nelle squadre di paese. Insomma, l’essere leader non è una cosa che si compra al supermercato. Leader si nasce. Si può diventare leader, ma ciò è intrinseco in ogni giocatore, in ogni persona. E, cosa importante, non ci improvvisa leader.

Come detto, non sempre il leader coincide con il capitano: Marco Materazzi e Gattuso, ad esempio, non avevano la fascia al braccio, eppure erano i leader degli spogliatoi; Domenico Berardi non è il capitano di questo Sassuolo che sta sparigliando le carte del calcio nostrano ed europeo, eppure è colui che sta guidando i nero-verdi in questo magic moment tardo-estivo. E non solo con i gol.

Il leader come deve essere? Non servono mille caratteristiche, ma ne bastano semplicemente tre: generoso; possedere grandi doti comunicative; essere empatico. Alzi la mano chi è un leader, quindi. Pochi, pochissimi posso considerarsi dei leader.

Perché è facile essere il leader della squadra prima in classifica, che vince sempre e che non si fa mai mettere sotto dagli avversari: il vero leader si vede nella squadra che non ingrana dopo tante partite, che perde e che vede sempre il proprio portiere raccogliere il pallone in fondo alla rete. In questo caso cosa deve fare il leader? Nello spogliatoio non deve dare colpe a Tizio e Caio o trovare scuse, ma si confronta con i suoi compagni cercando di spronarli (e perché no, spronarsi) affinché si esca tutti insieme dal momento nero. Perché il leader mette davanti a sé prima la squadra, poi i singoli e poi se stesso. E, metaforicamente, è colui che lascia la barca che affonda per ultimo.

Sembrano concetti banali, ma se si parla di “spogliatoi spaccati” la colpa è che quella squadra non ha un leader riconosciuto, ma ha più leader a capo di più gruppi. E’ necessario avere un solo leader ed un solo gruppo. Non esiste una “scuola di leader”, ma esiste l’esperienza e l’esperienza si fa sul campo. Come nella vita, come su un rettangolo verde di gioco.