Football Legend: Gheorghe Hagi

55

La Romania è una repubblica semipresidenziale Stato membro dell’Unione europea e della Nato con capitale Bucarest. Questa confina con Ungheria, Serbia, Bulgaria, Moldavia, Ucraina e Mar Nero”. Fossimo ad un’interrogazione sarebbero tutte risposte giuste, ma la Romania non è solo questo: è la terra del Conte Dracula, della ciorbă e dei tanti castelli presenti sui Carpazi. Per chi segue il calcio, la parola “Carpazi” fa rima con il giocatore rumeno più forte della storia, Gheorghe Hagi. E proprio di lui parleremo nel nostro consueto spazio settimanale dedicato ai grandi del calcio della storia.

CHI ERA GHEORGHE HAGI

Nativo di Săcele, cittadina a pochi chilometri dal Mar Nero, Hagi ha rappresentato il miglior prodotto calcistico del Paese dell’Europa dell’Est. Così forte da essere paragonato a Diego Armando Maradona e battezzato, un po’ partigianamente, “Maradona dei Carpazi”. E visto cosa ha fatto e cosa ha dato al calcio di Bucarest durante i suoi anni sul rettangolo verde, questo soprannome non è stato così azzardato. Nato da una famiglia povera (normalità nella Romania di Nicolae Ceaușescu), sin da bambino Gheorge amava il calcio, giocandoci in strada con qualsiasi cosa gli ricordasse un pallone.

L’INTERESSE GENERALE

La vita di Hagi è legata a Nicolae Ceaușescu, non perché ne sia stato un ammiratore ma perché quando il dittatore prese il potere del Partito comunista rumeno nacque il futuro calciatore (era il 1965) e quando cadde (nel 1989), il talento di Gheorghe Hagi era così noto che molte squadre, vista la caduta del Muro e la fine dei regimi comunisti nell’Europa dell’Est, volevano portarsi a casa quel giocatore fisicamente non longilineo (174×73), ma dotato di una tecnica impressionante e di una visione di gioco unica.

LE GIOVANILI

Ma facciamo qualche passo indietro e partiamo dalla Dobrugia del 1978: Gheorghe Hagi a tredici anni fu tesserato per il Farul Costanza, dove fece le trafila delle giovanili. Era forte “Gica”, molto forte, tanto che a 17 anni lo stesso Farul lo fece giocare in prima squadra. Risultato? Sette reti. Molte squadre si interessarono a lui e ad avere la meglio fu lo Sportul Studențesc di Bucarest, una delle squadre più prestigiose del panorama calcistico rumeno. Con la squadra bianconera rimase tre stagioni, con il picco nella stagione 1985/1986 (seconda in campionato). A vincere il titolo fu la squadra più titolata e nobile del Paese, la Steaua Bucarest.

LA POTENZA DELLA STEAUA BUCAREST

La squadra rossoblu ai tempi era una delle squadre più forti non solo della Romania, ma d’Europa. “Come? Una squadra rumena tra le più forti d’Europa?”. Certo: tra il 1984 ed il 1990, la Steaua vinse cinque titoli nazionali consecutivi, tre Coppe di Romania, una Coppa dei Campioni, una Supercoppa europea e arrivò un’altra volta in finale ed un’altra in semifinale nella “coppa dalle grandi orecchie”. E la prima finale di Coppa Campioni e quella di Supercoppa europea furono storiche: vittoria ai rigori contro il Barcellona con il portiere Helmuth Duckadam che parò tutti i quattro rigori dei catalani; prima ed unica finale calcistica tra due squadre dell’Est Europa (Steaua contro Dinamo Kiev). La Steaua non fu però la prima squadra dell’Europa orientale a vincere una coppa europea poiché fu il Magdeburgo a farlo, nel 1973, con la Coppa delle Coppe. Durante gli anni della Guerra fredda arrivarono nelle finali europee altre nove squadre dell’Est (Partizan Belgrado in Coppa Campioni; Stella Rossa e Videoton in Coppa Uefa; MTK Budapest, Górnik Zabrze, Dinamo Moskva, Ferencváros, Carl Zeiss Jena, Lokomotiv Lipsia in Coppa delle Coppe).

LA ROMANIA CALCISTICA 

Regime dittatoriale e sport, un binomio tipico della pura propaganda per dimostrare la forza di un Paese al Mondo intero anche se le frontiere erano chiuse. L’Occidente aveva sempre avuto notizie distorte al di là della cortina di ferro della Romania. Il regime comunista rumeno guidava due squadre di Bucarest: l’esercito la Steaua, il Ministero degli Interni la Dinamo. E sotto la guida del figlio adottivo dei Ceaușescu, Valentin, la Steaua divenne un top team. La Romania calcistica viveva da anni della luce riflessa di Stefan Kovacs, l’erede di Rinus Michels alla guida dell’Ajax del “calcio totale”. Il tecnico di Timisoara si era fatto notare prima alla guida della (solita) Steaua Bucarest e poi degli aiacidi, dove in appena due stagioni (tra il 1971 ed il 1973), vinse due titoli nazionali, una coppa nazionale, due Coppe dei Campioni, una Supercoppa europea e una Intercontinentale. Kovacs era un mito per i giovani calciatori rumeni, cosi come Anghel Iordănescu e László Bölöni.

IL PRESTITO “PARTICOLARE”

Gheorghe Hagi durante gli anni d’oro della Steaua Bucarest era il giocatore più forte del suo Paese, quello che aveva più appeal e, visto che allora i giocatori dell’Europa dell’Est non potevano andare a giocare nelle squadre occidentali (a meno che scappassero dal proprio Paese), cosa fece la Steaua, squadra del figlio di Nicolae Ceaușescu quindi la terza persona più potente del Paese dopo padre e madre? Si fece dare in prestito dallo Sportul proprio il 22enne Gheoghe per la partita che avrebbe sancito “la squadra più forte d’Europa”, ovvero la finale di Supercoppa europea.
Una partita dai molti significati non solo sportivi, ma soprattutto politici. Hagi accettò il prestito, giocò la partita e…decise l’incontro su punizione. Ceaușescu jr lo acquistò senza batter ciglio.

L’AVVENTURA A BUCAREST

Quando Hagi arrivò a Bucarest, la squadra era però entrata nella sua fase discendente: nonostante i tre double nazionali consecutivi, la Steaua arrivò alla finale di Coppa dei Campioni di Barcellona contro il Milan di Sacchi il 24 maggio 1989: un perentorio 4-0 per i rossoneri davanti a quasi centomila milanisti e nessun tifoso rumeno. Gheorghe Hagi giocò tutta la partita, ma il suo apporto fu nullo, chiuso da una squadra che ancora oggi è ricordata tra le più forti di sempre. Il 9 novembre successivo cadde il Muro e con lui tutti i regimi comunisti al di là dello stesso: erano le rivoluzioni di velluto, dove i regimi furono ribaltati in modo pacifico con dimostrazioni e manifestazioni oceaniche dei loro abitanti nelle piazze. Solo un regime cadde nella violenza, quello di Nicolae Ceaușescu: il dittatore e la moglie furono arrestati il 22 dicembre, processati sommariamente e fucilati dinnanzi ad un muro il giorno di Natale.

L’APERTURA DELLE FRONTIERE 

“Caduta del Muro + fine del comunismo + caduta del regime = apertura delle frontiere” e calciatori rumeni che, dopo il Mondiale del 1990, poterono andare via dal loro Paese per cercare fama e vittorie al di fuori della Divizia A. Gheorghe Hagi lasciò la Steaua e per circa 9 miliardi si accasò niente meno che al Real Madrid del presidente Ramón Mendoza. Era il Real Madrid di Butragueno, Sanchez, Sanchis e Michel. A colpire le merengues furono le prestazioni di Hagi ad Italia ’90. Sul discorso “Hagi -Nazionale” ci soffermeremo dopo. Il Real di allora era forte, ma non era galattico come quello di oggi e Hagi arrivò in punta di piedi in quello spogliatoio ma non fece vedere in campo ciò che i tifosi si aspettavano. In camiseta blanca, il vincitore del premio di miglior giocatore rumeno nel 1985 e nel 1987, nonché due volte consecutive capocannoniere della Divizia A, non impressionò: venti reti totali, un terzo ed un secondo posto in classifica, la vittoria in Copa del Rey e la semifinale di Coppa Uefa nel 1992 persa contro il sorprendente Torino.

DIFFICOLTA’ CON IL REAL MADRID

Gheorghe Hagi disputò due stagioni opache, sotto tono e per nulla positive: difficoltà nella lingua, difficoltà ambientali, difficoltà in campo. E per lui fu negativo il fatto che non riuscì ad imporsi come un leader in campo e fuori: il Real e la Spagna non erano la Steaua Bucarest e la Romania.  E cosa succede quando non ci si trova bene in un top team ma si è comunque dei top player? Si va a giocare in un altro top team. E qua Gheorghe Hagi fece un qualcosa di inaspettato: firmò con il Brescia.

L’AVVENTURA A BRESCIA 

Si, il Brescia di Corioni, neo promosso in Serie A dopo cinque stagioni, aveva tesserato il “Maradona dei Carpazi”. Nel 2018 una squadra di provincia italiana non potrebbe mai permettersi di tesserare un giocatore di fama planetaria come Hagi, ma il nostro massimo campionato allora (era la stagione 1992/1993) poteva permetterselo. Quell’estate arrivarono anche in Serie A Papin, Savicevic e Moeller per un campionato che si sarebbe annunciato avvincente. Il Brescia non aveva grandi pretese, se non salvarsi.
Il Brescia investì molto in Romania quella stagione: tecnico della squadra fu Mircea Lucescu e con lui arrivarono Iao Sabau e Dorin Mateut a centrocampo e davanti Florin Raducioiu, da due anni in Italia prima con il Verona e poi con il Bari.  Anche in Lombardia Gheorghe Hagi fu sfortunato: 15° posto in classifica, sconfitta nello spareggio salvezza contro l’Udinese e retrocessione in Serie B. Anche in Serie A sembrava essersi smarrito quel giocatore che dava del “tu” al pallone e che aveva una velocità d’azione tra le migliori d’Europa. Dopo una sola stagione, le “rondinelle” tornarono in A e Hagi, incredibilmente, giocò in serie cadetta a stipendio ridotto.

L’APPRODO A BARCELLONA 

Un altro giocatore avrebbe fatto armi e bagagli e avrebbe salutato ed invece Gheorghe Hagi rimase: il “Maradona dei Carpazi”, il più forte giocatore rumeno della storia, per la prima volta in carriera scese in una seconda serie nazionale ed il suo apporto fu determinante per la vittoria del Brescia in campionato. In estate fu convocato per il Mondiale americano, diventando il secondo giocatore delle “rondinelle” a disputare un Mondiale dopo il tedesco occidentale Albert Brülls ad Inghilterra 1966. Al termine della kermesse mondiale, Gheorghe Hagi fece le valigie e tornò in Spagna, destinazione Barcellona.
I blaugrana rimasero colpiti dalle prestazioni del rumeno in tempi non sospetti e la stagione in cadetteria e al Mondiale americano convinsero Cruijff a scegliere Hagi. Alla guida del Barcellona c’era l’olandese, idolo di Hagi fin da bambino. Ma anche al Nou Camp Hagi le delusioni furono molte, anche se vinse una Supercoppa nazionale: nonostante in rosa ci fossero Romario, Koeman. Stoichkov, Prosinecki e giocatori canterani di livello, Gheorghe Hagi fu uno dei tanti e anche in Catalogna fece male. Hagi nei due top team spagnoli in cui ha giocato ebbe la sfortuna di militarvi quando questi erano a fine ciclo: spenti, senza mordente e senza benzina.

IL TRASFERIMENTO IN TURCHIA

Nell’estate 1996 Hagi fu convocato per l’Europeo inglese, ma la Romania perse tutte e tre le partite del girone (Francia, Bulgaria e Spagna), uscì subito dal torneo e Hagi sembrava al capolinea della carriera. E cosa succede se si fa male per troppe stagioni? Si esce dal giro, non ti vuole più nessun top team e devi andare a giocare ai margini dell’”impero”: nell’estate 1996, Gheorghe Hagi firmò con la squadra più forte di Turchia, il Galatasaray. Un’istituzione in Patria, ma una squadra come tante in Europa. La squadra però giusta dove poter far ripartire una carriera in picchiata. E in maglia giallorossa Hagi fece…l’Hagi, contribuendo a vincere quattro titoli turchi consecutivi, due Coppe di Turchia e due Supercoppe nazionali. Gheorghe Hagi come l’araba fenice? Certo: cinque stagioni, cinquantanove gol, dieci trofei vinti in una squadra davvero competitiva e con molte individualità di spessore.
La stagione 1999/2000 fu quella della consacrazione del Galatasaray a livello europeo: treble campionato-coppa nazionale-Coppa Uefa. Il Galasaray vinse la seconda coppa europea per importanza ai rigori, sconfiggendo l’Arsenal in una partita molto combattuta e che vide Hagi espulso al terzo minuto supplementare per fallo su Adams. Ai rigori i turchi fecero quattro su quattro, mentre gli inglesi sbagliarono con Suker e Vieira. Per la prima volta nella sua carriera, Hagi non partecipò alla lotteria dei rigori e la sua squadra vinse: una coincidenza incredibile.

LA GIOIA EUROPEA PIU’ GRANDE

Ma non era finita: il successivo 25 agosto, i turchi vinsero anche la Supercoppa europea a Montecarlo contro Real Madrid galattico campione d’Europa. Gheorghe Hagi quella finale la giocò tutta, risultando uno dei migliori. Primo successo nella manifestazione per i turchi, secondo per il talento dobrugio dopo la vittoria con la Steaua nel 1987.

LE ESPERIENZE DA ALLENATORE

Nell’estate 2001 Gheorghe Hagi decise che a 36 anni era arrivato il momento di porre fine alla sua carriera e decise di intraprendere quella di allenatore: primo ingaggio, la panchina della Nazionale. Obiettivo: portare la Tricolore in Corea e Giappone l’anno dopo. La squadra non riuscì a qualificarsi e Gheorghe Hagi si dimise in autunno. Dopo aver allenato i turchi del Bursaspor (2003), in due tranche il Galatasaray (2004/2005 con vittoria nella Coppa di Turchia; 2010/2011), il Politehnica Timișoara, la Steaua Bucarest per sei mesi, da quattro anni è alla guida del piccolo Viitorul. E nel caso della squadra di Costanza, Hagi è, allenatore, presidente e punto di riferimento di una squadra che ha nel suo “credo” il settore giovanile per poter dare al calcio rumeno talenti per fare uscire la Nazionale da una crisi senza fine, tanto da farle occupare la posizione numero 32 nel ranking FIFA.

L’AVVENTURA IN NAZIONALE

Ed eccoci arrivati a parlare dell’apporto di Gheorghe Hagi alla causa della Nazionale tricolore: “Gica” vi debuttò nell’agosto 1983 e la sua ultima partita fu addirittura 17 anni dopo, quando l’Italia di Zoff eliminò la Romania nei quarti dell’Europeo 2000 ai quarti di finale. Nel mentre, 125 partite e 35 reti: Dorinel Munteanu lo ha superato nel 2006 e Adrian Mutu lo ha eguagliato nel 2013.
Gheorghe Hagi prese parte a tre Europei (1984, 1996 e 2000) e tre Mondiali consecutivi (1990, 1994 e 1998). Hagi è stato il capitano fin dal 1985.
Se a livello “europeo” il top rimasero i quarti contro l’Italia con fallaccio dello stesso Gheorghe Hagi su Conte che gli costò l’espulsione, ai Mondiali Hagi è stato il baluardo di una vera generazione di fenomeni che tra il 1990 ed il Mondiale francese portarono fuori dall’anonimato la Nazionale rumena. Oltre ad Hagi i giocatori degni di nota di quegli anni erano Popescu, Lăcătuș, Sabău, Petrescu,Raducioiu, Belodedici e Munteanu. Insomma, gente che ha giocato nei top campionati europei facendo bene.

LE MIGLIORI PARTITE CON LA MAGLIA DELLA ROMANIA

Per la cronaca, la Tricolore uscì ai rigori sia nel 1990 (contro l’Irlanda) sia nel 1994 (contro la Svezia, poi terza classificata), ma le due partite simbolo di Hagi furono Argentina-Romania al “San Paolo”, dove si trovarono di fronte Maradona e lo stesso Hagi, e Colombia-Romania a Pasadena. Entrambe le partite si giocarono il 18 giugno a quattro anni di distanza l’una dall’altra.
Il primo match vide i due top player annullarsi, mentre contro Valderrama e compagni la Romania fece una partita incredibile, trascinata da un Hagi incontenibile ed autore di una perla di sinistro da 35 metri. Negli ottavi il destino mise ancora di fronte Albiceleste e Romania ma non si poté ripetere la sfida tra il “Maradona dei Carpazi” e l’”Hagi di Lanus”, in quanto il Pibe de oro fu trovato positivo all’antidoping e squalificato. La Tricolore eliminò l’Argentina ma si arrese nei quarti ancora ai calci di rigore. A oggi, il Mondiale 1994 è il punto più alto del calcio rumeno: la Nazionale rumena non prende parte ad un Mondiale da Francia ’98.

UN CALCIO IN CRISI

Il calcio rumeno è in crisi e non ci sono all’orizzonte calciatori che possono ricalcare le orme di Gheorghe Hagi. Anche perché è difficile (ma non impossibile) che possa nascere un altro giocatore del talento come l’estroso centrocampista di Săcele. Un fantasista incredibile, un mancino dal carattere tosto (ai limiti del rissoso) ma un leader conclamato e rispettato. Uno che dispensava dribbling e tocchi da accademia, con quel piede mancino che lo ha reso un’icona di quella Romania che voleva scrollarsi di dosso il suo passato oscuro e che lo stesso Hagi prese per mano e portato fuori dall’anonimato. Non solo calcistico.
Lui e quel suo fisico tarchiato che per molti è un limite ma che per lui è stato un punto di vantaggio rispetto ai marcatori: agilità, fantasia, sregolatezza, tecnica e velocità sono stati elementi che hanno contraddistinto Hagi sin dai tempi dello Sportul. E con il passare degli anni, le squadre cambiate ed i compagni di livello che ha avuto gli hanno permesso di diventare un vero prodotto da esportazione di una Nazione molto contraddittoria. Un Paese che ha dovuto troppe volte fare i conti con il suo passato politico e che oggi cerca il suo posto al sole in Europa e nel Mondo.
Ma quando c’era Gheorghe Hagi tutto era più bello e vincente. Alla faccia dei Ceaușescu che misero i rumeni alla fame.