Lazio 1974: la prima volta non si scorda mai

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Dodici maggio 1974: una data storica per i tifosi della Lazio, la domenica della certezza matematica dello scudetto, il primo nel palmares della squadra capitolina.

Tommaso Maestrelli, il Charles Perrault di Pisa autore della favola del primo scudetto

Era l’anno 1971 quando il nuovo direttore sportivo della Lazio, su commissione dell’allora presidente Sor Umberto Lenzini, chiamò in panchina Tommaso Maestrelli; ai tempi allenatore del Foggia.
L’intenzione del patron biancoceleste era quella di riportare la Lazio in Serie A e per lui il “Maestro” era l’uomo giusto per l’ascesa. I tifosi, inizialmente, accolsero con scetticismo e ostilità questa scelta – manovrati dall’ex tecnico che accusava il neo di inesperienza -, ma Tommaso, con grande professionalità, lasciò che a rispondere fossero le prestazioni in campo della squadra.

“Senza Chinaglia non posso garantire nulla”

Il mister aveva capito che Giorgio Chinaglia era essenziale in quella squadra e di conseguenza chiese la riconferma del bomber al presidente: “Senza Chinaglia non posso garantire nulla, senza di lui è difficile tornare in Serie A”.
Il centravanti di sfondamento era già trascinatore di quella squadra e insieme a Massa, il libero Wilson scelto capitano per il carisma dentro e fuori lo spogliatoio, Moschino a centrocampo e Bandoni tra i pali, la promozione fu ottenuta superando le difficoltà ambientali.

L’anno del ritorno in A

Fu nella stagione successiva in serie A che Maestrelli realizzò una squadra capolavoro: Chinaglia e il libero Wilson erano inamovibili, fu ceduto Massa e in cambio, oltre a Frustalupi nel ruolo di regista, giunsero i soldi con cui prendere tante facce nuove dalla B e trentenni considerati “spremuti” dalla A. La formazione allestita con geniali intuizioni a centrocampo da brutto anatroccolo pre-campionato si trasformò in cigno: Martini infaticabile cursore destro; l’attaccante di riserva Manservisi, per cui i giornalisti coniarono l’espressione “gioco oscuro”, diligente pendolare a sinistra; Re Cecconi, già al Foggia, davanti la difesa.
Instaurando un rapporto paterno con i giocatori, questi misero da parte le loro divergenze formando un blocco granitico e giocando secondo dettami tattici mai visti fino ad allora in Italia. Un giorno, i maestri olandesi avrebbero chiesto il permesso di assistere agli allenamenti della Lazio, desiderosi di carpirne i segreti. Tommaso però negò l’autorizzazione: il suo calcio era davanti agli occhi di tutti, ogni domenica, trasparente e scintillante come un cristallo di Boemia.

In quel campionato tutto si decise l’ultima giornata: il Milan antagonista al vertice vi giunse con un punto in più della Lazio e della Juventus, ma fu sconfitto a Verona 5-3; la Lazio perse a Napoli 1-0 e lo scudetto, tra non poche polemiche, andò così alla Juve vittoriosa 2-1 sulla Roma; i biancocelesti però, vincitori morali, ottennero un traguardo impensabile e mai più eguagliato per una neo-promossa, e a Maestrelli venne assegnato il terzo “Seminatore d’oro”.

Lazio Campione d’Italia

L’anno seguente i ragazzi erano ormai consapevoli della propria forza. La difesa a quattro si erse a baluardo del grande Pulici, col solo Oddi in marcatura, mentre Petrelli, Wilson e Martini erano liberi di sganciarsi e rilanciare l’azione d’attacco. A centrocampo correvano Nanni e l’infaticabile pistone Re Cecconi, il regista Frustalupi dettava i tempi, D’Amico inventava. In avanti, a fare da spalla a Chinaglia c’era l’agile ala Garlaschelli. Alla nona giornata la Lazio guadagnò la vetta della classifica e non la mollò più fino al definitivo passaggio di testimone. L’avversario da battere fu come sempre la Juventus. Solo alla penultima giornata i ragazzi di Tommaso ebbero la certezza del trionfo, abbattendo con un rigore di Chinaglia il fortino del Foggia, costretto alla retrocessione. Ottantamila persone applaudirono per quindici minuti, commosse, mentre Maestrelli veniva portato in trionfo attorno al rettangolo di gioco. Con 24 reti, Chinaglia fu capocannoniere, la Lazio aveva il primato dei punti in casa e in trasferta e quello delle vittorie, oltre alla miglior difesa. Il futuro appariva luminoso, ma all’orizzonte si intravedevano nubi cariche di lacrime.