Home Blog Pagina 3

Calciomercato Juventus: Mateta alternativa per Pellegrino o Kolo Muani

serie a enilive 2025 2026: roma vs bologna
FREDERIC MASSARA ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

La Juventus è alla ricerca di due nuovi attaccanti centrali, nel mirino di Carnevali e Massara ci sono Pellegrino e Kolo Muani, e se per il primo la trattativa sembra essere quella più semplice, per Kolo il PSG vuole 40 milioni che la Juventus vorrebbe pagare magari includendo dei bonus e con un fisso inferiore.

Se una delle due trattative dovesse naufragare sarebbe già pronta l’alternativa con Jean Phlippe Mateta in cima alla lista anche se sull’attaccante del Crystal Palace ci sono Atletico Madrid e Manchester United- Le Eagles per Mateta che ha contratto in scadenza nel 2027 chiedono una cifra intorno ai 25 milioni di sterline, affare che la Juventus sarebbe anche disposta a chiudere per quella cifra.

Spagna Campione del Mondo, decide Ferran Torres nei supplementari

spagna calcio
LUIS DE LA FUENTE ( FOTO DI SALVATORE FORNELLI )

Spagna campione del mondo con merito, decide una rete di Ferran Torres nei supplementari, Argentina stanchissima e con zero tiri in porta.
LA PARTITA
La Spagna tiene il possesso palla nel primo tempo, mentre l’Argentina è più attendista e tenta di andare in avanti su contropiede.  Nell’amorosa frazione di gioco tre azioni da segnalare con un tiro di Yamal parato da Martinez, poi Messi in contropiede è fermato all’ultimo istante dall’estremo difensore spagnolo, infine occasione per Cucurella con un tiro in diagonale che esce a lato.
Nella ripresa entra Paredes al posto di un spento Nico Gonzalez, ma Il copione non cambia e la Spagna tiene il possesso palla. Occasione Spagna al minuto 66 con cross di Yamal per Ferran Torres che di testa non riesca a battere Martinez. Nel finale del secondo tempo occasione per Nico Williams con un bel tiro ed Argentina in dieci causa espulsione di Enzo Fernandez. Nell’ultima azione Yamal impegna Martinez su calcio di punizione. Dibu Martinez ancora protagonista nei supplementari con una super parata su colpo di testa di Nico Williams. All’inizio del secondo tempo supplementare arriva la rete decisiva di Ferran Torres che fulmina Martinez su assist di Nico Williams. Nel finale Simeone si divora il pallone dell’1-1 mandando il tiro incredibilmente alto

 

Il tabellino

Spagna-Argentina 1-0

SPAGNA (4-2-3-1): Simon; Porro, Laporte, Cubarsi, Cucurella; Rodri, Fabian; Lamine Yamal, Olmo, Baena; Oyarzabal. Allenatore: de la Fuente

ARGENTINA (4-4-2): Emiliano Martinez; Montiel, Romero, Lisandro Martinez; Tagliafico, De Paul, MacAllister, Enzo Fernandez, Nico Gonzalez, Lionel Messi, Julian Alvarez. Allenatore: Scaloni

Spagna-Argentina, le probabili formazioni | La finale Mondiale

Lionel Messi

Probabili formazioni Spagna – Argentina

Spagna:Simón, Cubarsí, Porro, Laporte, Cucurella, Ruiz, Rodri, Pedri, Yamal, Williams, Oyarzabal
Argentina:E. Martínez, Molina, Otamendi, Romero, L. Martínez, Simeone, Paredes, Fernández, Mac Allister, Messi, Álvarez

Addio a Osvaldo Bagnoli, l’uomo che portò lo scudetto a Verona

Boateng lutto

Saluto a Osvaldo Bagnoli, l’ultimo allenatore a vincere in provincia

Se n’è andato stamattina, alla veneranda età di 91 anni, Osvaldo Bagnoli, passato alla storia calcistica per aver portato lo scudetto fuori dalle città metropolitane guidando al successo l’Hellas Verona che mai prima di allora aveva nemmeno sperato di poter raggiungere simili traguardi.

Nato nel 1935 a Milano (nel quartiere della Bovisa), dopo gli inizi in società dilettantistiche, a vent’anni viene acquistato dal Milan ed esordisce in serie A disputando le ultime otto partite della stagione 1955-56. Nei due anni in rossonero vince uno scudetto ed una Coppa Latina (una delle “antenate” dell’odierna Champions League), competizione nella quale risulta decisivo realizzando una rete al Benfica in semifinale ed una all’Atletico Bilbao nella finalissima.

Calciatore di buon livello

Al Milan però c’è poco spazio e la stagione successiva Bagnoli entra in contatto per la prima volta col suo destino: i meneghini lo cedono al Verona con il quale disputa tre campionati, uno in A e due in serie B (per un totale di 27 reti in 97 gare).

Dopo un rapido passaggio all’Udinese, si trasferisce al Catanzaro nel quale disputa altre tre stagioni tra i cadetti (22/102) prima di passare alla Spal. Qui gioca insieme a Reja e Capello, pure loro futuri allenatori, conquista una promozione in serie A e due salvezze; in 92 apparizioni centra per 12 volte il bersaglio, tra cui il gol che regala la permanenza nella massima serie nella decisiva sfida col Brescia.

A 32 anni scende in serie C tornando per un anno in Friuli; qui, complice un incidente stradale, medita di attaccare gli scarpini al chiodo ed accettare un lavoro alla Mondadori ma poi cede alle lusinghe del Verbania, sempre in terza serie. A seguito di un grave infortunio nella stagione successiva assume il doppio incarico di allenatore – giocatore. Conclude la sua parabola agonistica nel 1973, a 38 anni, con un totale di 319 presenze tra A e B.

Inizialmente ala destra, Bagnoli ha interpretato soprattutto il ruolo di mezzala, arretrando poi in mediana e giocando da libero nelle ultime stagioni al Verbania. Calciatore di buon livello, era dotato di un’ottima visione di gioco e particolarmente abile nelle conclusioni dalla distanza.

Gli inizi da allenatore

Dopo le prime esperienze nel Verbania, inizia la carriera di allenatore alla Solbiatese (serie C) per poi passare sulle panchine di Como, Rimini e Fano. Alla guida del Cesena, dopo averla sfiorata nel torneo precedente, conquista la promozione in serie A al termine del campionato 1980-81. Nonostante il successo ottenuto, Bagnoli decide di lasciare la compagine romagnola per sposare il progetto del presidente Guidotti e si accasa al Verona col quale vince di nuovo il campionato cadetto ed inizia di fatto la costruzione del suo “miracolo” sportivo.

Nella stagione successiva, con l’ossatura della formazione promossa rinforzata da calciatori “scartati” dalle grandi perché non ritenuti all’altezza e dal brasiliano Dirceu, si piazza al quarto posto e si gioca la Coppa Italia perdendo la doppia finale con la Juventus con un gol decisivo di Platini al 119’. L’anno seguente, senza innesti di grande rilievo, arriva sesto e perde nuovamente la finale di Coppa Italia, stavolta con la Roma, a causa di un’autorete di Ferroni nella gara di ritorno.

Il miracolo Verona

Forse nemmeno Bagnoli se ne rende conto ma ormai il dado è tratto: con l’arrivo decisivo del gigante tedesco Briegel, un terzino che il tecnico piazza in mezzo al campo, e del potente centravanti danese Preben Larsen-Elkjaer, i gialloblù avviano sin dalla prima giornata (3-1 al Napoli di Maradona) una cavalcata trionfale che spazza via chiunque si frapponga sulla loro strada.

Quel Verona è quanto di più somigliante si sia mai visto alla Lazio di Maestrelli di dieci anni prima; una squadra formata da un gruppo di uomini un po’ sgangherati e dal carattere difficile da domare, gente che prima e dopo quegli exploit fece difficoltà a raggiungere livelli sia pure soltanto paragonabili a quelli toccati in quei frangenti, soprattutto grazie all’opera sapiente di due maestri di calcio, che sapevano essere per loro dei padri putativi, dei punti di riferimento anche e soprattutto fuori dal campo.

Così Garella diventa Garellik, Galderisi asciuga le polveri bagnate dalle tante panchine bianconere e con 11 reti è il cannoniere dello scudetto, Fanna vive una seconda giovinezza che lo riporta in azzurro, Di Gennaro è il regista che spegne o accende le fasi di gioco, Marangon uno stantuffo inesauribile, Fontolan e Tricella una coppia insuperabile…

L’alchimia magica, in quanto tale, non può durare e la stagione successiva il Verona, privato dal mercato di alcuni elementi cardine, è soltanto decimo; in Coppa dei Campioni ha la sfortuna di incrociare la Juventus al secondo turno ed esce prematuramente pur non demeritando. La parabola veronese di Bagnoli si chiude definitivamente nella stagione 1989-90 quando gli scaligeri, ormai lontani e sbiaditi parenti dello squadrone tricolore, e con le casse societarie in dissesto, finiscono mestamente in serie B. Il “mago della Bovisa” non si spaventerebbe nel ripartire dalla serie cadetta ma entra in contrasto con la nuova proprietà e lascia a malincuore la “sua” Verona per trasferirsi a Genova, sponda rossoblu.

Genoa ed Inter tra gioia e amarezza

Con un formazione che ricorda negli uomini e negli schemi quella Campione d’Italia nella città di Giulietta (la coppia Aguilera – Skuhravy in particolare sembra la riedizione di quella formata fa Elkjaer e Galderisi), Bagnoli centra un mirabolante quarto posto, miglior piazzamento del Genoa in serie A nel dopoguerra e nella stagione successiva porta la formazione ligure fino alla semifinale di Coppa Uefa, persa contro i lancieri dell’Ajax e dopo aver espugnato addirittura il campo del Liverpool!

Dopo voci che lo vedevano accostato alla panchina del Milan (lo stesso Bagnoli affermò anni dopo che Berlusconi non lo volle in quanto uomo di sinistra…), accetta la corte dell’Inter e al primo anno si siede sulla piazza d’onore proprio alle spalle della quasi invincibile armata rossonera. Nella stagione successiva, complice il difficile adattamento dei due olandesi Bergkamp e Jonk, coi quali va in conflitto per questioni tattiche, i nerazzurri stentano parecchio e a febbraio, dopo una sconfitta interna con la Lazio, Bagnoli viene esonerato. Amareggiato da quanto accaduto e non rispecchiandosi più in un mondo del calcio che sta rapidamente cambiando, Bagnoli a soli 59 anni decide di ritirarsi e non accetta più nessun offerta di lavoro, rimanendo completamente fuori dal circo mediatico che nel frattempo si è sviluppato attorno al pallone.

Il lascito umano di Bagnoli

Questa scelta finale, definitiva, ci aiuta a capire, e spiega a chi non ha avuto modo di conoscerlo, chi fosse davvero Osvaldo Bagnoli; un tecnico di assoluto valore ma soprattutto un uomo cresciuto con la consapevolezza che il valore del sacrificio fosse quello fondamentale nel calcio come nella vita quotidiana. Uomo di poche parole, di silenzi che indicavano la via da seguire. In un calcio nel quale si cominciava a diffondere il turnover ed il concetto di rosa lunga, preferiva costruire un gruppo coeso di 14-15 elementi pronti a gettarsi nel fuoco per lui; zona, zona mista, pressing e tattiche particolarmente elaborate non erano per lui: le sue squadre praticavano un calcio semplice, “pane e salame”, ma sapevano essere antiche ed innovative nello stesso momento.

Vinse dove nessuno aveva mai vinto e chissà se qualcun altro riuscirà a vincere ancora…

Buon viaggio mister!

Padel: come cambiare il grip alla racchetta

Il grip è l’unico punto di contatto tra il giocatore e la racchetta. Tutto ciò che accade in un colpo transita attraverso quei pochi centimetri quadrati di materiale avvolti attorno al manico. 

È il grip a fornire le informazioni tattili che permettono di riconoscere l’impugnatura senza guardare, ed è sempre il grip a determinare quanta forza serva per impedire alla racchetta di ruotare nella mano al momento dell’impatto.

Nonostante questo, è il componente che viene trascurato con maggiore frequenza. Il motivo è che il suo degrado è graduale, quindi impercettibile: non si rompe da un giorno all’altro come una corda, si consuma lentamente, e il giocatore si adatta senza accorgersene. 

L’adattamento però ha un costo. Quando l’aderenza diminuisce, la reazione istintiva è stringere di più; una presa più rigida significa maggiore tensione nell’avambraccio, minore sensibilità nel tocco e minore capacità di lasciar lavorare il polso. Sul lungo periodo, questo sovraccarico è uno dei fattori che concorrono a problemi come l’epicondilite.

La buona notizia è che si tratta del più economico e del più immediato tra gli interventi possibili su una racchetta: pochi euro, meno di cinque minuti, nessun attrezzo specifico e nessun passaggio dal negozio. 

Grip di base e sovragrip: due cose diverse

È indispensabile chiarire una distinzione che genera moltissima confusione, soprattutto tra chi si avvicina da poco al tennis o al padel.

Il grip di base è la fascia più spessa, in genere tra 1,5 e 1,8 mm, applicata direttamente sul manico in legno o sintetico della racchetta. È dotato di un biadesivo sul retro e la sua funzione è strutturale: definisce il diametro effettivo dell’impugnatura e fornisce l’ammortizzazione principale

Va sostituito raramente, indicativamente una o due volte l’anno per un giocatore amatoriale, oppure quando risulta compresso, sfibrato o quando emana cattivo odore.

Il sovragrip (overgrip) è invece una fascia sottile, di norma tra 0,5 e 0,7 mm, che si avvolge sopra al grip di base. Non ha funzione strutturale: serve a garantire aderenza e assorbimento del sudore, e a proteggere il grip sottostante dall’usura. 

La maggior parte delle persone che dice di “cambiare il grip” in realtà cambia il sovragrip. Sono operazioni analoghe nella tecnica, ma differiscono in alcuni passaggi.

A cosa serve il grip nella racchetta da padel

Il grip assolve simultaneamente a quattro funzioni, e comprenderle aiuta a capire perché la sua scelta e la sua manutenzione non siano dettagli marginali.

La prima è l’aderenza. Il grip deve impedire alla racchetta di ruotare nella mano al momento dell’impatto, quando la palla colpisce lontano dal centro delle corde e genera una coppia torcente.

La seconda è l’assorbimento del sudore. La capacità del materiale di trattenere l’umidità è ciò che determina, più di ogni altra cosa, la frequenza con cui il sovragrip va sostituito.

La terza è l’ammortizzazione. Il grip di base, con il suo spessore e la sua imbottitura, filtra parte delle vibrazioni che l’impatto trasmette dal telaio al polso e all’avambraccio. Un grip compresso e indurito ha perso questa proprietà, e trasmette alla mano un impatto più secco.

La quarta, meno evidente ma decisiva sul piano tecnico, è l’orientamento. Il manico di una racchetta non è cilindrico ma ottagonale, e il grip deve seguirne le facce senza appiattirle: sono quelle facce che permettono al giocatore di riconoscere al tatto, in una frazione di secondo e senza guardare. 

Un avvolgimento troppo spesso, o troppo teso, cancella progressivamente questo riferimento.

A queste si aggiunge una funzione pratica: il grip determina il diametro effettivo dell’impugnatura, ed è quindi lo strumento con cui si può correggere entro certi limiti una taglia di manico non perfettamente adatta alla propria mano.

La rimozione del grip usato

La rimozione del grip comincia staccando il nastrino di finitura nella parte alta del manico, vicino al cuore della racchetta. Da lì si srotola il grip vecchio procedendo verso il basso, cioè verso il calcio.

Se si sta rimuovendo un grip di base, occorre più attenzione: il biadesivo tende a lasciare residui di colla sul manico. 

Vanno rimossi con pazienza, aiutandosi eventualmente con un panno e un solvente delicato, perché uno strato di collante vecchio e irregolare crea protuberanze che si sentiranno attraverso il grip nuovo. Il manico va poi lasciato asciugare completamente.

Il verso di avvolgimento del grip nel padel

Questo è il punto in cui si commettono più errori, ed è anche quello meno intuitivo.

Il principio è il seguente: il grip deve essere avvolto in modo che, quando la mano stringe e torce il manico durante il colpo, la pressione tenda a chiudere i bordi sovrapposti anziché ad aprirli. Se il verso è sbagliato, il grip si solleva ai margini dopo poche partite e la sensazione sotto le dita diventa irregolare.

Il verso corretto è speculare per destrimani e mancini. La verifica pratica è semplice e più affidabile di qualsiasi regola mnemonica: prima di iniziare, si appoggia il grip sul manico, si simula l’impugnatura e si osserva se il movimento naturale della mano tende a “spingere” il bordo sovrapposto verso il basso, nascondendolo, oppure a sollevarlo. 

Si parte sempre dal basso, dal calcio della racchetta. Il grip presenta a un’estremità un taglio obliquo: è quella l’estremità iniziale, e va appoggiata al bordo inferiore del manico in modo che il lato lungo del taglio si allinei alla superficie e resti a filo del calcio, senza sbordare e senza lasciare manico scoperto. 

Da qui si avvolge risalendo verso il cuore della racchetta, con tensione costante e moderata.

La sovrapposizione tra una spira e l’altra deve essere di circa 2-3 millimetri, quindi molto contenuta, e soprattutto uniforme lungo tutto il manico. 

Se si nota che l’avvolgimento sta procedendo storto, conviene srotolare di qualche giro e correggere subito, anziché tentare di compensare più avanti.

La chiusura del grip

Arrivati nella parte alta, il grip in eccesso va tagliato. Il taglio va eseguito in diagonale, seguendo l’inclinazione naturale dell’ultima spira, così da ottenere un bordo pulito e perpendicolare all’asse della racchetta anziché una linea frastagliata. È preferibile tagliare in leggero eccesso e rifinire, piuttosto che tagliare troppo corto.

A questo punto si applica il nastrino di finitura, avvolgendolo sopra il bordo tagliato in modo che lo copra completamente e che le sue estremità si sovrappongano leggermente. 

Il nastrino non ha funzione estetica: è l’elemento che impedisce al grip di srotolarsi. Va posizionato con cura, evitando che sporga oltre la zona in cui appoggia la mano nelle impugnature a due mani.

Come regola generale, l’avvolgimento non dovrebbe estendersi oltre la fine del manico vero e proprio: un grip che risale sul cuore della racchetta non aggiunge nulla e interferisce con i colpi a due mani.

Ogni quanto sostituire il grip della racchetta da padel

Non esiste un intervallo valido per tutti, perché la durata dipende dalla sudorazione, dalla frequenza di gioco, dalle condizioni climatiche e dal materiale

Un riferimento ragionevole: il sovragrip ogni cinque-dieci ore di gioco per chi gioca con regolarità, il grip di base una o due volte l’anno

Il criterio più affidabile resta però quello soggettivo: quando il grip perde aderenza, quando la mano scivola, quando si avverte il bisogno di stringere più del solito, è il momento di cambiarlo. 

È l’intervento con il miglior rapporto tra costo e beneficio percepito che si possa fare sulla propria racchetta.