Home Editoriale Addio a Osvaldo Bagnoli, l’uomo che portò lo scudetto a Verona

Addio a Osvaldo Bagnoli, l’uomo che portò lo scudetto a Verona

Con Bagnoli se ne va un altro tassello di un calcio che non c'è più...

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Boateng lutto

Saluto a Osvaldo Bagnoli, l’ultimo allenatore a vincere in provincia

Se n’è andato stamattina, alla veneranda età di 91 anni, Osvaldo Bagnoli, passato alla storia calcistica per aver portato lo scudetto fuori dalle città metropolitane guidando al successo l’Hellas Verona che mai prima di allora aveva nemmeno sperato di poter raggiungere simili traguardi.

Nato nel 1935 a Milano (nel quartiere della Bovisa), dopo gli inizi in società dilettantistiche, a vent’anni viene acquistato dal Milan ed esordisce in serie A disputando le ultime otto partite della stagione 1955-56. Nei due anni in rossonero vince uno scudetto ed una Coppa Latina (una delle “antenate” dell’odierna Champions League), competizione nella quale risulta decisivo realizzando una rete al Benfica in semifinale ed una all’Atletico Bilbao nella finalissima.

Calciatore di buon livello

Al Milan però c’è poco spazio e la stagione successiva Bagnoli entra in contatto per la prima volta col suo destino: i meneghini lo cedono al Verona con il quale disputa tre campionati, uno in A e due in serie B (per un totale di 27 reti in 97 gare).

Dopo un rapido passaggio all’Udinese, si trasferisce al Catanzaro nel quale disputa altre tre stagioni tra i cadetti (22/102) prima di passare alla Spal. Qui gioca insieme a Reja e Capello, pure loro futuri allenatori, conquista una promozione in serie A e due salvezze; in 92 apparizioni centra per 12 volte il bersaglio, tra cui il gol che regala la permanenza nella massima serie nella decisiva sfida col Brescia.

A 32 anni scende in serie C tornando per un anno in Friuli; qui, complice un incidente stradale, medita di attaccare gli scarpini al chiodo ed accettare un lavoro alla Mondadori ma poi cede alle lusinghe del Verbania, sempre in terza serie. A seguito di un grave infortunio nella stagione successiva assume il doppio incarico di allenatore – giocatore. Conclude la sua parabola agonistica nel 1973, a 38 anni, con un totale di 319 presenze tra A e B.

Inizialmente ala destra, Bagnoli ha interpretato soprattutto il ruolo di mezzala, arretrando poi in mediana e giocando da libero nelle ultime stagioni al Verbania. Calciatore di buon livello, era dotato di un’ottima visione di gioco e particolarmente abile nelle conclusioni dalla distanza.

Gli inizi da allenatore

Dopo le prime esperienze nel Verbania, inizia la carriera di allenatore alla Solbiatese (serie C) per poi passare sulle panchine di Como, Rimini e Fano. Alla guida del Cesena, dopo averla sfiorata nel torneo precedente, conquista la promozione in serie A al termine del campionato 1980-81. Nonostante il successo ottenuto, Bagnoli decide di lasciare la compagine romagnola per sposare il progetto del presidente Guidotti e si accasa al Verona col quale vince di nuovo il campionato cadetto ed inizia di fatto la costruzione del suo “miracolo” sportivo.

Nella stagione successiva, con l’ossatura della formazione promossa rinforzata da calciatori “scartati” dalle grandi perché non ritenuti all’altezza e dal brasiliano Dirceu, si piazza al quarto posto e si gioca la Coppa Italia perdendo la doppia finale con la Juventus con un gol decisivo di Platini al 119’. L’anno seguente, senza innesti di grande rilievo, arriva sesto e perde nuovamente la finale di Coppa Italia, stavolta con la Roma, a causa di un’autorete di Ferroni nella gara di ritorno.

Il miracolo Verona

Forse nemmeno Bagnoli se ne rende conto ma ormai il dado è tratto: con l’arrivo decisivo del gigante tedesco Briegel, un terzino che il tecnico piazza in mezzo al campo, e del potente centravanti danese Preben Larsen-Elkjaer, i gialloblù avviano sin dalla prima giornata (3-1 al Napoli di Maradona) una cavalcata trionfale che spazza via chiunque si frapponga sulla loro strada.

Quel Verona è quanto di più somigliante si sia mai visto alla Lazio di Maestrelli di dieci anni prima; una squadra formata da un gruppo di uomini un po’ sgangherati e dal carattere difficile da domare, gente che prima e dopo quegli exploit fece difficoltà a raggiungere livelli sia pure soltanto paragonabili a quelli toccati in quei frangenti, soprattutto grazie all’opera sapiente di due maestri di calcio, che sapevano essere per loro dei padri putativi, dei punti di riferimento anche e soprattutto fuori dal campo.

Così Garella diventa Garellik, Galderisi asciuga le polveri bagnate dalle tante panchine bianconere e con 11 reti è il cannoniere dello scudetto, Fanna vive una seconda giovinezza che lo riporta in azzurro, Di Gennaro è il regista che spegne o accende le fasi di gioco, Marangon uno stantuffo inesauribile, Fontolan e Tricella una coppia insuperabile…

L’alchimia magica, in quanto tale, non può durare e la stagione successiva il Verona, privato dal mercato di alcuni elementi cardine, è soltanto decimo; in Coppa dei Campioni ha la sfortuna di incrociare la Juventus al secondo turno ed esce prematuramente pur non demeritando. La parabola veronese di Bagnoli si chiude definitivamente nella stagione 1989-90 quando gli scaligeri, ormai lontani e sbiaditi parenti dello squadrone tricolore, e con le casse societarie in dissesto, finiscono mestamente in serie B. Il “mago della Bovisa” non si spaventerebbe nel ripartire dalla serie cadetta ma entra in contrasto con la nuova proprietà e lascia a malincuore la “sua” Verona per trasferirsi a Genova, sponda rossoblu.

Genoa ed Inter tra gioia e amarezza

Con un formazione che ricorda negli uomini e negli schemi quella Campione d’Italia nella città di Giulietta (la coppia Aguilera – Skuhravy in particolare sembra la riedizione di quella formata fa Elkjaer e Galderisi), Bagnoli centra un mirabolante quarto posto, miglior piazzamento del Genoa in serie A nel dopoguerra e nella stagione successiva porta la formazione ligure fino alla semifinale di Coppa Uefa, persa contro i lancieri dell’Ajax e dopo aver espugnato addirittura il campo del Liverpool!

Dopo voci che lo vedevano accostato alla panchina del Milan (lo stesso Bagnoli affermò anni dopo che Berlusconi non lo volle in quanto uomo di sinistra…), accetta la corte dell’Inter e al primo anno si siede sulla piazza d’onore proprio alle spalle della quasi invincibile armata rossonera. Nella stagione successiva, complice il difficile adattamento dei due olandesi Bergkamp e Jonk, coi quali va in conflitto per questioni tattiche, i nerazzurri stentano parecchio e a febbraio, dopo una sconfitta interna con la Lazio, Bagnoli viene esonerato. Amareggiato da quanto accaduto e non rispecchiandosi più in un mondo del calcio che sta rapidamente cambiando, Bagnoli a soli 59 anni decide di ritirarsi e non accetta più nessun offerta di lavoro, rimanendo completamente fuori dal circo mediatico che nel frattempo si è sviluppato attorno al pallone.

Il lascito umano di Bagnoli

Questa scelta finale, definitiva, ci aiuta a capire, e spiega a chi non ha avuto modo di conoscerlo, chi fosse davvero Osvaldo Bagnoli; un tecnico di assoluto valore ma soprattutto un uomo cresciuto con la consapevolezza che il valore del sacrificio fosse quello fondamentale nel calcio come nella vita quotidiana. Uomo di poche parole, di silenzi che indicavano la via da seguire. In un calcio nel quale si cominciava a diffondere il turnover ed il concetto di rosa lunga, preferiva costruire un gruppo coeso di 14-15 elementi pronti a gettarsi nel fuoco per lui; zona, zona mista, pressing e tattiche particolarmente elaborate non erano per lui: le sue squadre praticavano un calcio semplice, “pane e salame”, ma sapevano essere antiche ed innovative nello stesso momento.

Vinse dove nessuno aveva mai vinto e chissà se qualcun altro riuscirà a vincere ancora…

Buon viaggio mister!