Purtroppo stavolta è tutto vero; la notizia che nessuno avrebbe voluto ricevere, improvvidamente e con scarsa sensibilità e professionalità anticipata da qualcuno un paio di giorni fa, è giunta ieri mattina direttamente dal Milan, la sua casa, la sua famiglia… Franchino Baresi, per tutti Franco, se n’è andato a 66 anni dopo una malattia che dallo scorso anno lo teneva in scacco come nessun attaccante avversario era mai riuscito a fare dentro il rettangolo verde…
Inizialmente soprannominato Piscinin e poi Kaiser Franz (in onore di Franz Beckenbauer), è stato senza ombra di dubbio uno dei più forti e rappresentativi calciatori del calcio mondiale; un difensore completo, dotato di tecnica sopraffina, senso tattico straordinario e una personalità strabordante, il libero moderno per antonomasia come e forse più di Scirea al quale lo lega, oltre al ruolo e alla classe, un’immagine pulita, di uomo limpido, senza macchia e senza paura. Le sue lacrime incontrollabili al termine della sfida persa ai rigori contro il Brasile ne testimoniano lo spirito più di ogni parola…
GLI INIZI
Bandiera indiscutibile del Milan, del quale è stato capitano per 15 stagioni, in maglia rossonera ha conquistato sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, due Supercoppe UEFA, e quattro Supercoppe italiane, componendo davanti a Galli e poi Rossi, con Tassotti, Costacurta e Maldini una linea “maginot” difficilmente superabile.
Rimasto orfano a quattordici anni, sembrava portarsi sempre dietro un alone di malinconia, una giovinezza sfiorita precocemente che lo fece crescere e maturare più in fretta, donandogli grande equilibrio e quel senso del pudore che gli impediva di andare oltre una semplice smorfia, “una specie di sorriso” avrebbe cantato De Andrè, anche nelle occasioni più importanti e gioiose.
Seguendo le orme del fratello Giuseppe, anch’egli ottimo calciatore e bandiera interista, Baresi a 12 anni sostenne un provino per la formazione nerazzurra ma non venne reclutato in quanto ritenuto troppo gracile. Al terzo tentativo andò meglio sull’altra sponda dei navigli grazie alla perseveranza di Italo Galbiati e Guido Settembrino.
L’esordio in serie A non tarda: Franco viene lanciato nella mischia a Verona quando ha appena 17 anni; nel 78-79 Liedholm rompe ogni remora e lo impone come titolare nel delicato ruolo di libero; il Milan quell’anno vince lo scudetto, quello della prima stella!
Atti d’amore
Al termine della stagione successiva il Milan viene retrocesso per lo scandalo delle scommesse; Baresi, nonostante fosse considerato tra i più forti talenti emergenti del momento, decide di non lasciare i rossoneri e resta in B anche due anni dopo quando il Milan retrocede nuovamente sul campo (anche a causa della sua lunga assenza dovuta ad una malattia del sangue). A 22 anni quindi, in piena ascesa professionale, rifiuta le offerte della Juventus e dopo la partenza di Collovati e Maldera, diventa il capitano del Milan, che contribuisce a riportare definitivamente nella massima serie. La società negli anni successivi riceve proposte concrete anche da Sampdoria ed Inter ma “Franz” resta sempre al suo posto dimostrando un grande attaccamento ai colori rossoneri.
Berlusconi, Sacchi, gli olandesi e…Baresi
L’arrivo di Silvio Berlusconi alla presidenza del Milan ne cambia per sempre la storia e Baresi, che ne è il leader indiscusso, alza al cielo con la fascia al braccio, una serie infinita di trofei nazionali ed internazionali. Sacchi, meticoloso fino allo stremo e “fanatico” della tattica, nei primi tempi a Milanello, secondo una “leggenda” mai confermata, gli mostra i movimenti della difesa del Parma ed in particolare di Signorini per spiegargli cosa vuole da lui; inizialmente il rapporto col mister di Fusignano non è dei più semplici ma man mano imparano a fidarsi l’uno dell’altro e Baresi diventa “il capitano con il braccio alzato” imponendosi non solo al suo reparto difensivo e a tutta la squadra, che comandava a bacchetta indicando i movimenti e i tempi delle chiusure e delle ripartenze, ma a volte, sostenevano soprattutto gli avversari e gli osservatori più critici, perfino a direttori di gara e guardalinee che rischiavano di rimanere schiacciati dalla sua fortissima personalità ed esserne condizionati nelle scelte, specie sulle chiamate del fuorigioco…
Sono gli anni degli “invincibili”, delle Coppe dei Campioni, degli scudetti, delle Supercoppe e delle Intercontinentali; il cambio in panchina, da Sacchi a Capello non incide sulla forza della squadra e sulla leadership di Franco che continua a dominare su compagni e avversari con quell’aria a volte truce, altre distensiva; i suoi interventi in piena area di rigore sono operazioni chirurgiche, gli scarpini, anche a bulloni esposti come un tempo si poteva, al posto del bisturi; scivolate, colpi di testa, uscite palla al piede e testa alta, rigori realizzati con freddezza e precisione.
Nel 1989, pur essendo un difensore, sfiora il Pallone d’Oro preceduto in classifica soltanto dal compagno di squadra Van Basten. Un’occasione sprecata da parte del mondo del calcio per consegnare un riconoscimento tangibile al “Kaiser” che resta il vincitore morale di quell’edizione e che riceverà una riproduzione del prestigioso trofeo il giorno del suo ritiro dalle mani del presidente Berlusconi che ne attesta così l’importanza ed il peso specifico per il suo Milan: perché quello fu senza dubbio il Milan di Sacchi e Capello, il Milan degli olandesi, di Savicevic e di Weah, ma fu soprattutto il Milan di Franco Baresi.
Il mitico capitano rossonero abdica il 1º giugno 1997 all’età di 37 anni disputando la sua settecentodiciannovesima partita con la formazione meneghina; la sua maglia numero 6, prima volta nel calcio italiano, viene ritirata dalla società: quel numero rimarrà per sempre scolpito insieme al suo nome.
31 le reti realizzate in carriera delle quali 21 dal dischetto; per una strana curiosità Baresi nel 1989-90 è stato capocannoniere, con 4 realizzazioni, della Coppa Italia, l’unico trofeo nazionale che non è mai riuscito a conquistare.
8 invece le reti insaccate nella propria porta (ma ai tempi bastava “guardare” il pallone per vedersi assegnato un autogol…) che lo collocano al primo posto di questa classifica insieme a Riccardo Ferri.
In Azzurro tra delusioni e successi
Baresi naturalmente arriva presto alla maglia della Nazionale, prima quella dell’Under 21 con la quale disputa gli Europei 1980 e 1982, e poi quella della selezione maggiore ad appena 20 anni. Bearzot lo chiama anche per i Mondiali spagnoli, poi vinti, ma preferendogli il più esperto Scirea non lo schiera nemmeno per un minuto. L’esordio avviene così nel dicembre 1982 ma il suo rapporto con la maglia azzurra resta controverso perché nonostante le sue ottime prestazioni col Milan non ottiene mai la fiducia piena del “Vecio” che addirittura in diverse occasioni lo schiera da mediano davanti alla difesa, ruolo che sarà ricoperto dal fratello Giuseppe ai mondiali del 1986 per i quali non viene neppure convocato posposto al veronese Tricella, anche a seguito di un acceso diverbio col CT durante il torneo olimpico 1984.
Con l’avvento di Vicini sulla panca azzurra, Baresi torna al suo posto e stavolta da titolare e da libero. Gioca da protagonista gli Europei 1988 e soprattutto il Mondiale italiano del 90’; l’Italia subisce un solo gol in tutta la competizione ma non arriva oltre la terza piazza.
Nel 1991 Baresi ritrova Sacchi che appena assunto il ruolo di CT gli conferisce naturalmente la fascia da capitano.
Nel 1992 annuncia il ritiro dalla nazionale ma Matarrese, presidente federale, lo convince a tornare sui suoi passi e così, fascia al braccio e maglia rigorosamente fuori dai pantaloncini, Baresi affronta da vero leader anche il Mondiale del 1994 negli Stati Uniti.
Qui il Kaiser compie l’ennesima impresa; alla seconda partita subisce la rottura del menisco ma nonostante i suoi 34 anni recupera a tempi di record e torna in campo 25 giorni dopo in occasione della finalissima contro il Brasile; quella coi gialloverdi è da molti considerata la sua partita migliore in assoluto. Tatticamente perfetto, Franco non commette nessun errore chiudendo tutti i varchi davanti a Pagliuca; purtroppo non serve per vincere la Coppa; Baresi si assume anche la responsabilità di calciare il primo dei rigori decisivi e con Massaro e Roberto Baggio è uno dei tre azzurri a fallirlo. A fine gara il suo pianto a dirotto è un misto tra rabbia, scarico dopo la tensione e la fatica accumulata per recuperare dall’infortunio ed esserci, e delusione… Il suo bilancio azzurro conta 81 presenze e 1 gol.
Milanista a vita
Dopo il ritiro Baresi resta comunque al Milan ricoprendo vari incarichi sia in panchina, come tecnico della Primavera e della Berretti, sia da dirigente; “tradisce” il rossonero soltanto per 81 giorni durante la sua brevissima esperienza da direttore sportivo del Fulham. Il 28 ottobre 2020 la nuova proprietà Elliott lo nomina vicepresidente onorario del club, carica che ricoprirà fino alla sua prematura scomparsa.










